John Bowlby. Padre della teoria dell'attaccamento

“L’attaccamento è parte integrante del comportamento umano dalla culla alla tomba.”

Psicoanalista britannico, J. Bowlby (1907-1990) è considerato il padre della teoria dell’attaccamento. Il comportamento di attaccamento è quella forma che si manifesta in una persona che consegue o mantiene una prossimità nei confronti di un’altra persona, chiaramente identificata, ritenuta in grado di affrontare il mondo in modo adeguato.

 

Il suo interesse per la relazione primaria (genitore o caregiver-bambino) ha caratterizzato le sue scelte di studio. Invece di seguire la strada più ovvia da percorrere, studiare medicina clinica, Bowlby trovò un lavoro in una scuola all’avanguardia per bambini disadattati. Qui fece due tipi di esperienze che avrebbero influenzato l’intero corso della sua vita professionale.

La prima fu l’incontro con i bambini disturbati, con i quali scoprì di poter comunicare e le cui difficoltà sembravano essere in relazione con la loro infanzia infelice e frammentata.

La seconda fu l’incontro con John Alford, il quale consigliò a Bowlby di recarsi a Londra per seguire il training di psicoanalista.

Determinante fu, nel 1950, l’incarico ricevuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità di elaborare uno studio sulla “salute mentale dei bambini orfani o privati della loro famiglia per altre ragioni e che devono essere affidati a famiglie educative, istituti o altre organizzazioni di assistenza collettiva”.

Bowlby ha quindi dedicato gli anni dal 1964 al 1979 alla stesura della sua imponente trilogia: Attaccamento (1969), Separazione (1973) e Perdita (1980).

L’idea dell’attaccamento gli venne “in un lampo”, dopo aver letto i lavori etologici di Lorenz e Tinbergen. Tale teoria, infatti, prende spunto dagli studi di Lorenz sull’imprinting degli animali e dagli esperimenti di Harlow con i macachi Rhesus, che fornirono a Bowlby il fondamento scientifico che egli riteneva necessario per aggiornare la teoria psicoanalitica.

La teoria di Bowlby, quindi, esamina dettagliatamente l’importanza del legame e dell’attaccamento ”sicuro” ai genitori,  mentre la loro incapacità di fornire tale sicurezza e sostegno può avere delle ripercussioni su uno sviluppo autonomo ed equilibrato, aprendo un varco a reazioni psicopatologiche.

Alcuni autori hanno in seguito utilizzato la teoria dell’attaccamento proponendo una teoria sullo sviluppo della personalità; l’ipotesi fondante presentata dagli autori è che l’unica motivazione del comportamento degli esseri viventi sia la costruzione di mappe cognitive sempre migliori di se stessi e dell’ambiente.

Il tipo di attaccamento sviluppato da un bambino di un anno verso la figura di riferimento, determina il modello operativo interno, lo stile cognitivo, il modo di rapportarsi agli altri e verso se stessi: determina cioè la personalità.

Con un attaccamento sicuro, caratterizzato da una figura referente percepita come protettrice e accessibile all’interno di una relazione regolata in modo appropriato, il piccolo impara a fidarsi dell’ambiente esterno ed a sviluppare uno stile cognitivo di ricerca attiva e lo sviluppo di una personalità sana ed equilibrata.

L’esperienza di un attaccamento insicuro-evitante è caratterizzato da una figura di riferimento inaccessibile, all’interno di una relazione che non consente un effettivo scambio comunicativo e che abitua il piccolo a non contare su di sé ed a sviluppare uno stile cognitivo di immunizzazione.

L’esperienza di un attaccamento insicuro-ambivalente, che nasce nell’ambito di una relazione caotica e irregolare, in cui la figura di riferimento è percepita come imprevedibile, determina uno stile cognitivo di evitamento.

Per quanto riguarda l’attaccamento disorganizzato-disorientato, esso nasce da una relazione regolata in modo inappropriato poiché la figura di riferimento è percepita come pericolosa, dalla quale bisogna difendersi con la fuga, attaccando o congelandosi, determinando quindi uno stile cognitivo ostile.


Ovviamente, nell’arco dello sviluppo, un attaccamento insicuro può evolvere in sicuro se si sperimentano ripetute esperienze di accettazione e di altre figure di riferimento che si prendono cura adeguatamente del bambino.

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Asino chi legge

Se scrivo, soffro, dice Irene, 16 anni. Mi piace, è rilassante ma se insisto soffro. Perché scavo e scavo. Alessandra, invece, fa il liceo "Psicopedagogico", e si indigna perché tutte le compagne votano come rappresentanti di scuola i pochi maschi, dell'unica classe dello Scientifico. Sara legge Bakunin e sa di essere diversa. Mosche bianche, perle rare che si annidano tra le pareti cadenti, tra i brutti casermoni di cemento della scuola italiana.

Si stringe il cuore a leggere Antonella Cilento, che racconta con passione l'esperienza dei suoi laboratori di scrittura creativa tenuti come Esperto Esterno nelle scuole pubbliche italiane. Nell'insegnare scrittura "mostro tecniche che la scuola non insegna, risolvo problemi di relazione, riporto i ragazzi alla lettura, suggerisco letture a insegnanti che non leggono o non sanno bene come orizzontarsi tra i libri, a volte riporto anche ragazzi che hanno abbandonato l'obbligo a scuola", scrive. Il quadro che ne emerge non è molto diverso se a seguire i laboratori sono i ragazzi di una media della periferia di Napoli o del liceo bene della città o di una bella scuola di Bolzano: si, diverso l'ambiente, ma ovunque si nota la stessa povertà culturale di fondo, l'incapacità di concentrarsi per più di 5 minuti fosse anche guardare un film di Hitchocock (che per altro non conoscono) gli stessi "sogni diventati sintetici o semplicemente estinti". Ma la lettura, la passione, per fortuna, si trasmettono e quasi sempre ne emerge profonda soddisfazione per un lavoro così impegnativo, e poco gratificante in termini economici e di riconoscimenti. Abbiamo allora un problema, almeno in Italia. Lo sapevamo già, d'altronde, però non è irrisolvibile se poi emerge della vera poesia in qualche incipit di ragazzine che sanno raccontare uno stato d'animo in maniera struggente, o un idraulico descrive in maniera suggestiva gli attrezzi blu del suo lavoro. Ma viva i ragazzi, scrive Cilento, perché non è certo colpa loro. Troppo spesso inascoltati, sia che abbiano in tasca troppi soldi, sia che vivano nell'indigenza dei quartieri più malfamati e abbandonati.

Questi ragazzi crescono con l'idea che sia facile ottenere ciò che si vuole, che conta l'apparire, dove tutto si può improvvisare: mentalità che hanno appreso dagli adulti, anche dagli stessi insegnanti che improvvisano laboratori, teatri come se la tecnica, la professionalità non contassero. E naturalmente colpa è anche dei genitori, sempre di fretta, che fanno al posto dei figli, piuttosto che aspettare che facciano e magari sbaglino, che li proteggono dalle frustrazioni, dalla disciplina e rigore, dove disciplina non è intesa con ordine precisione obbedienza, fare i compiti, ma applicazione, imparare con passione, impegno e metodicità.

Allora, in un'Italia che non legge se non il best seller del momento o il giallo dove c'è una rivelazione in ogni riga altrimenti ci si annoia, queste persone riscoprono il "piacere degli asinI" quello della lettura, perché come si fa a scrivere senza leggere? La letteratura, i racconti, le storie, sono come internet, scrive Cilento, è avere relazioni, scoprire che prima di te tanti altri hanno sofferto, pianto, amato. E dopo aver scoperto il piacere di leggere ci si accorge che scrivere "è una disciplina , è accorgesi del tempo, lasciarlo andare, ritmare il lavoro.
È un balsamo per l'anima. Abbiamo bisogno di tutto questo, ne abbiamo bisogno noi per poter aiutare i nostri ragazzi, ne abbiamo bisogno per indignarci, per non accettare le apparenze e andare oltre.

Paola Crisafulli per Officina Genitori

Sorella del mio cuore

La vita di due bambine che diventano donne perdendosi e ritrovandosi fra le tradizioni dell'India e le sue contraddizioni. Nate e cresciute insieme si conoscono e si amano profondamente, condividendo gioie, dolori, speranze.

Ma fuori dai muri protettivi della loro famiglia le attendono i segreti del passato e le nebbie del futuro: i fantasmi dei loro padri, i fanatismi dei pregiudizi e dei riti sociali, la fatica quotidiana di una famiglia di sole donne per allevarle e mantenerle, lo spettro del matrimonio combinato e l'incanto del vero amore.

Un romanzo che ci avvicina al mondo affascinante dell'India, che ce ne fa scoprire la magia ma anche le profonde contraddizioni che lo caratterizzano.

La storia ha un seguito, nel libro "Il fiore del desiderio", che si svolge in America dove si perde la magia che caratterizza questo volume, le ragazze crescono e con loro la difficoltà e l'amarezza dei loro destini.

autore: Chitra Banerjee Divakaruni (traduzione Federica Oddera)

editore: Einaudi

Io sono Malala. La mia battaglia per la libertà e l'istruzione delle donne

Malala Yousafzai è una ragazza nata in Pakistan nella valle dello Swat. Nel libro descrive con orgoglio la bellezza della sua terra: la natura meravigliosa, la bellezza delle montagne e delle sue acque; racconta con sguardo attento anche la storia del suo paese e del suo popolo: i Pashtun, suddivisi in varie tribù sparse nel Pakistan e nell’Afghanistan dove l’ospitalità e l’onore sono i valori fondamentali. Malala ci racconta della sua famiglia, di suo padre e di sua madre che si sono sposati per amore e non attraverso un accordo stipulato dalle rispettive famiglie.

Il padre, in particolare, figlio di un Imam insegnante di teologia, è un padre diverso dagli altri che usano violenza contro le loro mogli. Suo padre condivide ogni scelta di vita con la propria moglie. Anche il nome Malala fu scelto da lui perché era il nome di un’eroina afghana che nel 1880 incitò le truppe del suo paese che stavano per essere sconfitte dall’esercito inglese: innalzò una bandiera afghana, venne uccisa, ma il suo coraggio servì a vincere una sanguinosa battaglia.

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