Le parole del silenzio.

L’attuale società è “stimolante” per tutti, non solo per i più piccoli, perché popolata di parole, suoni diffusi attraverso la radio, la tv, Internet e i cellulari.

Lungi da me screditare il valore profondo delle parole, desidero invece riflettere e soffermarmi sul significato del “silenzio”.

Solo le parole che calano nella vita silenziosa delle persone portano semi.

Il silenzio parla della capacità di ascoltare, che è fondamentale come quella di saper comunicare.

 

 

E’ uno spazio prezioso “nuovo” e potenziale, del margine e della possibilità.

Fa paura perché ci riconduce all’assenza più che alla presenza.

In una società dove il sottofondo rumoroso, il brusio pare essere la ricerca costante per non sentirsi soli, e l’attaccamento diviene l’elemento caratterizzante, staccare la spina è faticoso, perché significa creare il vuoto.

Questo genera paura e ansia.

E’ solo nel silenzio che siamo davvero presenti a noi stessi, all’altro e alla vita che scorre.

I bambini lo apprezzano, lo ricercano come bisogno inespresso, proprio perché appaiono  storditi dal rumore e dalla confusione degli stimoli. Quando lo trovano, cercano nella pace e nella tranquillità la possibilità di “pensare da soli” o di trovare pause utili per giocare, disegnare e, forse, leggere.

Un tempo in cui ci si possa “annoiare” e avere il piacere di farlo, oltre la chiassosa ed intensa programmazione di una giornata, scelta molto spesso dagli adulti.

Anche i genitori è bene che ricerchino il silenzio come momento di ben-essere e diventino, in tal senso, specchio emotivo per i figli.   

Non dimentichiamo poi che nel silenzio degli atti educativi, ad esempio, essi iniziano a soffermarsi di più sugli sguardi, sul non verbale, sul corpo, sul contatto; forse provano  a rispettare il “segreto” che l’altro cela con il suo “mistero” e si incamminano  a riconoscerlo.

Nel silenzio di uno sguardo intenso, un genitore può passare la forza del suo no, anziché urlare o spiegare; può esprimere interamente  l’intensità del suo cuore e del suo amore attraverso una stretta.

Nelle classi, ad iniziare dalla prima infanzia (Maria Montessori ne parlò e scrisse diffusamente), è bene che le insegnanti lo ricerchino dando l’esempio, immaginando anche giochi o simulazioni, per insegnare ad amarlo e a non considerarlo solo un “vuoto” da riempire che magari crea disagio ed imbarazzo.

Si può imparare a scoprirlo e magari ad ascoltarlo, facendo un sacco di scoperte: il mondo e i suoi rumori, oltre che il nostro mondo interiore dove il respiro e il cuore hanno melodie proprie e pause.

Il silenzio io lo ricerco negli angoli freschi di un bosco, in una passeggiata o nella mia vita quotidiana.

Diventa lo stimolo per ritrovarmi e riscoprire ciò che attorno muove e molto spesso non vedo.

Me lo dono, come preziosità in alcuni momenti della giornata, anche isolandomi dal resto, semplicemente appartandomi un attimo.

Nel silenzio ascolto le storie di vita che incontro, nella vita e nella professione e imparo davvero ad ascoltarle e a non parlarci sopra!

Nel silenzio scrivo e trovano voce le mie fiabe o pensieri scritti.

Nel silenzio incontro chi amo davvero e riesco piano piano a  formulare qualche utile 'mi dispiace'; in quello spazio bianco, ridivento nuova, rigenerata da significati che non vedevo.

E' cosi, solo ascoltando il silenzio di una notte, che ho immaginato la vita di un topo, forse perché, su in soffitta ne ho sentito i piccoli passi.

Dedico la poesia ad adulti e bambini perché, si sa, quando si incontra il silenzio e la sua paura, temo che si diventi un po’ tutti bambini!

 

Il topino nella notte silenziosa.

Che ci faccio nel buchino?

 Sono solo un topolino!

 Ho musetto e naso a patata

 Per sentire il profumo della frittata

Adoro gli spaghetti al pomodoro

 Che mi mangio con una foglia verde di basilico in bel decoro!

 Esco di notte con l'aiuto delle tenebre scure

 Non temo i fantasmi che fermo pure.

 Ci parlo volentieri e fitto fitto

 così mi svelano i loro sogni e io resto zitto.

 Siamo protagonisti dell'ombra nera

 che cala sul sonno degli uomini quando viene sera

Loro non sanno che furtivi ci aggiriamo

 e della casa il vero cuore incontriamo!

 Infatti le persone dormendo donano i sogni alla notte

 che li accarezza come fa il cielo con le nuvole a frotte!

Il nero riposa , il nero accoglie

 come un tappeto d'autunno di foglie.

 Alle volte la luce abbaglia

ed ogni topino così se la squaglia!

 Da ogni buco, compresi quelli del gruviera,

 facciamo capolino al calar della sera!

Evviva, evviva  parliamo della notte nera?

Solo allora le lampare si recano  al mare per la pesca vera!

Io topino mi accovaccio in fondo al letto

 e guardo con dolcezza il volto perfetto

Di ogni uomo che Ama davvero

con cuore aperto e sincero

 Lo annuso lo sento.

 L' autenticità del suo sentimento

Sono solo un piccolo topino

tienimi solo qualche volta  a te  vicino.
Ti lascerò al tuo scelto destino....

Potrò alleggerirtelo solo un pochino?

Forse….

Facendoti sorridere come un bambino.

Non scordarti mai che ti voglio bene

Quando  della vita incontrerai e scioglierai le sue catene!

Son topo  e spero  nella libertà

Quella di un cuore che da solo, prima, si è nutrito a sazietà!

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Desiderare un figlio, adottare un bambino

L'adozione di un bambino è una scelta complessa ed articolata che inizia dal desiderio di prendersi cura di un figlio nato da altri. Il nostro lavoro, che ci mette in contatto quotidianamente con questa realtà, ci ha fornito uno spazio privilegiato di osservazione, e ci ha indotte a riflettere su quale ruolo possano svolgere i servizi per sostenere le famiglie adottive. Abbiamo cercato di dare voce a tutti i protagonisti dell\'adozione: i genitori, i bambini, gli operatori, gli insegnanti e gli educatori delle case-famiglia, proponendo una chiave di lettura in cui ognuno possa ritrovare un terreno di confronto e trasformare le peculiarità in risorse.

Autore: Simonetta Cavallie Maria Cristina Aglietti

Editore: Armando

I No che aiutano a crescere

A prima vista si può pensare che questo libro presenti il "No" come strumento educativo e non come conseguenza di un normale rapporto tra le persone.

Almeno, così pare leggendo la quarta di copertina:
Un neonato strilla, un bambino vampirizza la madre, un adolescente sta fuori fino a notte fonda. Per paura di frustrarli, i genitori spesso rinunciano a educare i figli, a riconoscere i confini tra l'io e il mondo, a controllare gli impulsi, a dominare l'ansia, a sopportare le avversità. Nelle famiglie si creano cosi situazioni di disagio per la semplice incapacità di dire un no. Dovrebbe essere ovvio che in certi casi bisogna dire di no, eppure l'opinione comune è che sia meglio dire di sì. Non saper negare o vietare qualcosa al momento giusto può pero avere conseguenze negative sulla relazione tra genitori e figli, come anche sullo sviluppo della personalità dei bambini.

In realtà, il libro è un'analisi lucida e profonda del comportamento dei bambini dalla nascita all'adolescenza e del loro rapporto con i genitori. I "No" e i limiti non sono solo quelli che il genitore dice al bambino, ma sono soprattutto quelli che il genitore impara a dire a se stesso per favorire la crescita del figlio. Le ragioni del bambino sono sempre tenute in considerazione, come pure l'interazione madre-figlio. I limiti sono anche per la madre, quando non sa accettare che il figlio possa essere diverso da come lei se lo immagina, quando non accetta che possa essere autonomo, o quando interferisce con il ritmo e le sue modalità di apprendimento.

È pieno di ottimi spunti e di buon senso e, a dispetto del titolo, non è affatto un incoraggiamento a una revisione autoritaria del ruolo genitoriale.

autore: Asha Phillips (traduzione L. Cornalba)

editore: Feltrinelli

”Vorrei scappare in un deserto e gridare…”

Questo libro svolge brillantemente l'importante compito di far conoscere ad un pubblico "laico" un disturbo di cui i mass media parlano spesso, fornendo tuttavia, come accade non di rado, notizie in gran parte inesatte e talora decisamente errate. E’ scritto da un medico pediatra e da un ingegnere, ambedue genitori di bambini affetti da ADHD, quindi da persone che hanno avuto modo di conoscere il disturbo nelle più intime pieghe della sua quotidianità familiare.

Il primo autore, in quanto pediatra, ha arricchito questa conoscenza con le capacità di osservazione e di comprensione derivate dall'esercizio quotidiano della sua professione: una conoscenza partecipe, quale "l'esperto" estraneo non ha. Nello stesso tempo il linguaggio riesce a essere "laico", quindi con la massima comprensibilità per tutti, ma soprattutto per i genitori, cui specificamente si rivolge. A questi pregi si aggiunge la capacità espressiva degli autori, che rende piacevole la lettura.

Il libro dunque parte da esperienze vissute, che però sono state elaborate ed approfondite attraverso il confronto con gli "esperti" e soprattutto da un lodevole impegnativo studio dei dati scientifici esistenti, che vengono correttamente esposti e sono puntualmente aggiornati. Esso rappresenta anche un significativo documento sulle difficoltà in cui viene spesso a trovarsi un genitore di bambino con ADHD a causa delle disfunzioni organizzative e delle insufficienti conoscenze che si trovano anche tra i medici, ampiamente testimoniato da un buon numero di lettere di genitori, non poche delle quali devono far riflettere i medici e in particolare i neuropsichiatri su un certo tipo di errore che è stato a lungo commesso. Un errore che fa parte di uno stereotipo culturale derivante da vecchie teorie o da cattiva interpretazione delle stesse e che si basa sull'assunto "la colpa è sempre dei genitori"! Com'è successo per l'autismo (potremo mai calcolare il danno e la sofferenza che questa impostazione ha provocato nei genitori e di conseguenza nei figli?), ora continua, a volte, per l'ADHD.

Già da anni la letteratura scientifica ha contraddetto queste teorie relativamente all' autismo e all'ADHD, ma evidentemente non tutti si aggiornano. Ben lungi dal negare che tante problematiche del bambino dipendano dall'ambiente e soprattutto da quello familiare, ma bisogna saper distinguere e non imputare allo stato d'ansia riscontrabile nella madre, ad esempio, la causa della patologia del bambino. Questo suggerisce una insufficiente capacità di approfondire i meccanismi della relazione interpersonale e a volte appare un modo del terapeuta di scaricare ad altri le responsabilità: «La colpa è di voi genitori, curatevi voi altrimenti io non posso far nulla per il bambino!». Anche nei casi in cui vi è una responsabilità più o meno ampia dei genitori, l'atteggiamento del terapeuta deve essere diverso, non accusatorio ma, secondo il proprio ruolo, "terapeutico", cioè di indirizzo, di richiamo e di ricerca della collaborazione da parte del genitore.

Più o meno indirettamente il libro mette in luce anche un'altra carenza che a volte si riscontra in alcuni operatori neuropsichiatrici (non solo in Italia): l'insufficiente conoscenza di tecniche terapeutiche in senso lato. Essi sono preparati per un solo tipo di psicoterapia efficace per alcuni disturbi, mentre non hanno evidentemente conoscenza di altre tecniche di intervento terapeutico non farmacologico, efficaci per altri tipi di disturbo. Questo perché è necessaria una maggiore capacità del terapeuta di usare approcci diversi in rapporto a problematiche diverse. Il libro non manca da questo punto di vista di segnalare interventi semplici ma talora molto efficaci di guida ai genitori e agli insegnanti.

Un libro per laici, che sarà utile pure ai medici e agli altri operatori del settore, perché dà un panorama scientificamente corretto dell'ADHD e degli interventi da adottare in favore di coloro che ne soffrono e anche perché riporta, attraverso le lettere dei genitori, una istruttiva esperienza di casi clinici.

autore: Raffaele D'Errico, Enzo Aiello

illustratore: S. Deflorian

editore: AIFA