La mia quota Rosa

 

Ricordo benissimo quel giorno al supermarket…….

Stavo sistemando i miei acquisti in macchina, in preda al panico perché ovviamente in ritardo sulla tabella di marcia, quando mi si è avvicinato un uomo sulla quarantina che io conoscevo di vista, in quanto papà di una mia alunna delle elementari.

“Scusa se ti disturbo”, mi disse. Io mi stavo già preparando a rispondere elencando l’andamento scolastico della figlia, e che la capriola non è affatto pericolosa e che non posso controllare che si mettano la felpa all’uscita da scuola, in quanto era una di quelle situazioni che mi trovavo spesso a vivere, abitando in un piccolo paese e lavorando nella scuola primaria dello stesso.

Ero “La maestra di ginnastica” del figlio del panettiere, di quello di miei vicini e della prole di tutti i miei amici.

“Che fortuna!”, direte voi, anche se non tutto quello che luccica è oro.

 

 

“Ha cinque minuti?”

In realtà non li avevo affatto: Luca, il mio primogenito, 8 anni, stava per uscire da scuola e Matteo, 4 anni, aveva la visita di controllo dal pediatra alle ore 17.00, per cui dovevo sbrigarmi a prelevarlo dall’asilo, se non volevo arrivare in ritardo; ma non volevo essere scortese e allora, quasi involontariamente, dissi con un tono di chi si appresta a ripetere, con un certo noioso automatismo, le solite cose: - ”Si, mi dica pure….”

“Mi chiamo G.P. e sono il responsabile tecnico della società calcistica V.B.S. Sarebbe interessata ad occuparsi dei Primi Calci, ovvero dei bambini che si avvicinano per la prima volta a questo sport? Non è necessario che Lei sappia troppo di calcio; il Suo compito, in realtà, dovrebbe essere quello di creare entusiasmo intorno al mondo di questo sport. Non mi risponda subito, ci pensi e mi faccia sapere; non voglio rubarle altro tempo. Buon proseguimento”.

Ero un po’ di fretta, quindi non ci diedi troppo peso; ero troppo contenta che non si trattasse del solito genitore che aveva troppo da fare e non riusciva assolutamente a trovare il tempo di parlare dell’andamento scolastico del figlio nella sede idonea, per cui si sentiva autorizzato a fermarti ovunque, anche al supermercato o alla Santa Messa domenicale.

Quella stessa sera, durante la cena, mio marito chiese come fosse stata la mia giornata ed io, con il solito automatismo di chi è troppo stanco per raccontare le solite cose, ero pronta ad accennare un timido “tutto ok”, quando mi ricordai dell’incontro del supermercato e gli raccontai per filo e per segno l’accaduto. Al termine, ricevetti una pacca sulla spalla, come chi non sa in che guaio sta per cacciarsi, e poi:- ”Non sei contenta? E' quello per cui hai studiato!”

In realtà quello non era stato affatto il mio primo pensiero.

La prima cosa che mi era balenata nel cervello era che avrei potuto concorrere al bilancio familiare portando i bambini “al lavoro” con me, non dovendoli parcheggiare a destra e a manca.

Vorrei sviare un attimo dal tema centrale del discorso, perché ancora oggi, alla bellezza di 44 anni, non riesco davvero a capire come mai, noi donne, viviamo con il costante desiderio di - odio davvero questo termine - voler concorrere al bilancio familiare, con un lavoro che, la maggior parte delle volte, porta via  più soldi di quelli che farà entrare in casa.

Come se una buona  organizzazione della casa e l’accudimento della famiglia non incidessero sul bilancio familiare o non fossero comunque abbastanza; come se fosse impossibile raggiungere la  felicità  nell’essere “semplicemente” moglie e madre.

E’ vero che la vita moderna è costosa e che quindi è necessario far entrare più soldi in famiglia, ma è altrettanto vero che crediamo che siano indispensabili tante cose che in realtà non lo sono.

Sono una donna fortunata perché sono cresciuta in una famiglia “morigerata”, con una mamma casalinga per tutto il periodo delle scuole obbligatorie e perché mio marito svolge un lavoro che mi permette di poter scegliere, questo va detto.

E così ho scelto di essere “solo” moglie e mamma fino a quando il secondogenito non ha iniziato a frequentare la scuola materna. A quel punto, avevo un bel po’ di tempo libero e cercavo qualcosa da fare mentre i ragazzi erano a scuola; quindi fino alle 16.30 circa, per un paio d’ore al giorno, ero occupata alla scuola primaria, dove mi recavo in  veste di “esperta” di educazione motoria, incaricata dal comune di affiancare le maestre durante quelle ore.

E ora questa opportunità; per due giorni alla settimana dovevo “fare da vice-madre” a una decina di bambini, a un passo da casa, avendo con me i miei ragazzi e guadagnando due soldini: era il massimo!

Ho detto volontariamente vice-madre perché dei Primi Calci fanno parte bambini di 4-5-6 anni che l’ultima cosa di cui hanno bisogno è quella di imparare il calcio: ho passato intere sedute di allenamento a far da spola tra il campo e il gabinetto, perché alcuni di loro avevano paura che li inghiottisse il mostro del wc; a tutti loro ho soffiato il naso durante i lunghi inverni piemontesi e allacciato stringhe dispettose; a molti ho curato “ferite mortali” e ho fatto anche qualche bidet perché era scappata una dannata, quanto inaspettata, “puzzetta vestita”.

Sono passati circa 6 anni da quella prima stagione e ricordo tutti i “miei” Primi Calci; ognuno di loro occupa un posto speciale nel mio cuore.

Forse la cosa più difficile da superare è stato lo scetticismo dei papà, che quando portavano i propri figli al campo sportivo, pensavano che io fossi la segretaria o la moglie del mister.

Ne ho visti parecchi scuotere la testa di fronte a “schiacciapomodoro” e a “ruba la coda”.

Loro volevano vedere lo stop, il dribbling, io volevo che imparassero a giocare insieme, come dei bravi fratelli!

Ogni anno, a giugno, prometto di smettere…

Ogni anno, a settembre, ricomincio…

 

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La Shoah dei bambini. La persecuzione dell'infanzia ebraica in Italia 1938 -1945

Il Novecento è stato anche il secolo dei bambini, in cui è nata una cultura dell'infanzia, in cui ci si è accorti dell'importanza del vissuto infantile sullo sviluppo della persona, anche da adulta. Eppure o forse proprio per questo, nello stesso tempo, il progetto nazista ha rimosso proprio l'infanzia nella sua specificità, per estirpare le radici di una popolazione. 
L'attenzione ai bambini è necessaria per fondare un futuro di diritti e di pace, eppure anche adesso in tutto il mondo l'infanzia è violata, non rispettata, negata.

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Asino chi legge

Se scrivo, soffro, dice Irene, 16 anni. Mi piace, è rilassante ma se insisto soffro. Perché scavo e scavo. Alessandra, invece, fa il liceo "Psicopedagogico", e si indigna perché tutte le compagne votano come rappresentanti di scuola i pochi maschi, dell'unica classe dello Scientifico. Sara legge Bakunin e sa di essere diversa. Mosche bianche, perle rare che si annidano tra le pareti cadenti, tra i brutti casermoni di cemento della scuola italiana.

Si stringe il cuore a leggere Antonella Cilento, che racconta con passione l'esperienza dei suoi laboratori di scrittura creativa tenuti come Esperto Esterno nelle scuole pubbliche italiane. Nell'insegnare scrittura "mostro tecniche che la scuola non insegna, risolvo problemi di relazione, riporto i ragazzi alla lettura, suggerisco letture a insegnanti che non leggono o non sanno bene come orizzontarsi tra i libri, a volte riporto anche ragazzi che hanno abbandonato l'obbligo a scuola", scrive. Il quadro che ne emerge non è molto diverso se a seguire i laboratori sono i ragazzi di una media della periferia di Napoli o del liceo bene della città o di una bella scuola di Bolzano: si, diverso l'ambiente, ma ovunque si nota la stessa povertà culturale di fondo, l'incapacità di concentrarsi per più di 5 minuti fosse anche guardare un film di Hitchocock (che per altro non conoscono) gli stessi "sogni diventati sintetici o semplicemente estinti". Ma la lettura, la passione, per fortuna, si trasmettono e quasi sempre ne emerge profonda soddisfazione per un lavoro così impegnativo, e poco gratificante in termini economici e di riconoscimenti. Abbiamo allora un problema, almeno in Italia. Lo sapevamo già, d'altronde, però non è irrisolvibile se poi emerge della vera poesia in qualche incipit di ragazzine che sanno raccontare uno stato d'animo in maniera struggente, o un idraulico descrive in maniera suggestiva gli attrezzi blu del suo lavoro. Ma viva i ragazzi, scrive Cilento, perché non è certo colpa loro. Troppo spesso inascoltati, sia che abbiano in tasca troppi soldi, sia che vivano nell'indigenza dei quartieri più malfamati e abbandonati.

Questi ragazzi crescono con l'idea che sia facile ottenere ciò che si vuole, che conta l'apparire, dove tutto si può improvvisare: mentalità che hanno appreso dagli adulti, anche dagli stessi insegnanti che improvvisano laboratori, teatri come se la tecnica, la professionalità non contassero. E naturalmente colpa è anche dei genitori, sempre di fretta, che fanno al posto dei figli, piuttosto che aspettare che facciano e magari sbaglino, che li proteggono dalle frustrazioni, dalla disciplina e rigore, dove disciplina non è intesa con ordine precisione obbedienza, fare i compiti, ma applicazione, imparare con passione, impegno e metodicità.

Allora, in un'Italia che non legge se non il best seller del momento o il giallo dove c'è una rivelazione in ogni riga altrimenti ci si annoia, queste persone riscoprono il "piacere degli asinI" quello della lettura, perché come si fa a scrivere senza leggere? La letteratura, i racconti, le storie, sono come internet, scrive Cilento, è avere relazioni, scoprire che prima di te tanti altri hanno sofferto, pianto, amato. E dopo aver scoperto il piacere di leggere ci si accorge che scrivere "è una disciplina , è accorgesi del tempo, lasciarlo andare, ritmare il lavoro.
È un balsamo per l'anima. Abbiamo bisogno di tutto questo, ne abbiamo bisogno noi per poter aiutare i nostri ragazzi, ne abbiamo bisogno per indignarci, per non accettare le apparenze e andare oltre.

Paola Crisafulli per Officina Genitori

Il bambino nascosto. Favole per capire la psicologia nostra e dei nostri figli.

“Sono due bambini nascosti protagonisti di queste pagine: quello che sta dietro ogni comportamento e sintomo infantile e quello che ognuno di noi adulti si porta dentro, proiettandolo spesso inconsapevolmente sui bimbi che ci camminano accanto nella vita.

Il libro vuole aiutare a scoprire attraverso la rielaborazione fantastica di effettive storie infantili come ogni comportamento, dal punto di vista psicologico, si strutturi in maniera del tutto inconscia nel mondo interno fin dai primissimi anni della nostra esistenza.

La fatica di crescere viene analizzata a partire da temi diversi (l’abbandono dell’infanzia, la nostalgia, la perdita, il tradimento, la paura), tutti ugualmente significativi del disagio infantile. Ed è così che la scoperta del mondo interno di un bambino attraverso la riappropriazione delle nostre stesse emozioni di una volta costituisce una valida chiave d’accesso al mondo dei ragazzi, per poterli capire e aiutare meglio”

autore: Alba Marcoli

editore: Mondadori (collana Oscar saggi)