Scuola: la differenziazione come esperienza di valore.

Ho due sogni nel cassetto: il primo è lavorare su un progetto interessante, il secondo è portare nella scuola, ad ogni livello, quanto ho appreso come user experience designer. A scuola io insegno, a tempo parziale, da tre anni. I miei studenti hanno da 20 anni in su e sono iscritti ad una scuola specializzata professionale. Sono pochi, infatti lavoro con coloro che, dopo il primo anno di arti applicate, hanno scelto come specializzazione il web.

 

 

Dirò una cosa banale: ogni studente è diverso. Ne aggiungo una meno banale: ogni studente viene da un percorso diverso ed ha bisogno di un approccio diverso al programma. Per me è normale. Ho studenti che sono appena usciti dall’adolescenza e che sono sempre solo stati dietro ad un banco, mentre altri hanno alle spalle diverse esperienze di vita e lavorative.

C’è chi viene dalla grafica, chi dalla programmazione, ma anche chi viene dal liceo, dalla sartoria, dalla stampa, da lingue, da psicolologia o da comunicazione. L’eterogeneità è servita e nella mia classe è evidente.

Accade solo qui? No. Ogni bambino ha una sua tipicità e ha fatto esperienze che possono essere anche molto diverse da quelle dei suoi compagni. Deve spaventare? No. L’eterogeneità è anche ricchezza, bisogna solo saperla valorizzare.

Questa diversità da studente a studente vuol dire però anche dare ad ognuno i giusti consigli, che rispettino non solo il loro bagaglio, ma anche i loro punti di forza e di debolezza.

Torniamo un attimo all’ambito professionale ed alla mia personale esperienza inerente questa specifica materia. Io vengo dal web. Chiunque abbia fatto un percorso simile al mio sa che la cosa più importante che si possa imparare a scuola è l’approccio alla materia, insieme alla filosofia intrinseca della stessa. In un mondo che cambia continuamente, le nozioni sono in continuo movimento. La maggior parte le ho imparate da sola, navigando su internet.

In cosa gli insegnanti hanno fatto la differenza? Portando la loro esperienza affiancata alla teoria. Gli insegnanti che mi hanno trasmesso di più sono quelli che mi hanno fatto capire perché la loro materia era importante o affascinante, o come si collegava ad un contesto, oppure mi hanno dato delle dritte su come affrontarla. A volte, tutto questo insieme.

È anche la vostra esperienza? Può esserla anche quella dei nostri figli, alle elementari, ad esempio? Io penso di sì, almeno in parte.

A questo punto abbiamo due elementi che sembrano diventare indispensabili per creare la migliore delle esperienze: l’unicità degli studenti e quella degli insegnanti .Come può però un insegnante portare avanti un programma ed insieme dedicarsi ai suoi studenti, singolarmente, quando sono 25 in classe e magari si vedono poche ore a settimana?

Possiamo chiedere ad un insegnante di fare un lavoro “artigianale” su ogni studente? Possiamo inoltre pensare che ogni insegnante riesca a far sua la materia in ogni sfaccettatura, tanto da averne una visione olistica e profonda che vada ben oltre l’aspetto nozionistico? Forse non sarebbe nemmeno giusto. D’altro canto, possiamo lasciare che gli insegnanti si approccino agli studenti e alla materia solo in base alla loro innata e personale capacità di empatizzare, di analisi? Forse qualcosa di meglio si può fare. Qui entra in ballo lo user experience design. 

La scuola è un servizio. Nel service design, il primo passo è la ricerca sugli utenti (user, appunto) che non sono solo coloro che usufruiscono del servizio - gli studenti - ma anche tutti coloro che hanno a che fare con quel servizio: gli insegnanti. Quali sono i loro bisogni?

Lo scopo sarà poi quello di individuare i “problemi” e di risolverli. La scuola, ad oggi, come accade ancora in molte aziende, è basata sul concetto di “utente target”, ma come disse ironicamente una mia insegnante di UX, l’utente target è morto. E quindi, come si fa? Si lavora sugli utenti uno ad uno? No, impossibile!

Si possono però applicare dei metodi di ricerca che mappino sia una serie di utenti rappresentativi, sia l’esperienza legata al servizio. Se agli insegnanti fosse fornito del materiale - testi, ma anche artefatti educativi - prodotto tenendo in considerazione questi studi, si potrebbe andare ad affrontare sistematicamente i bisogni specifici, e il loro lavoro sarebbe migliore.

Pin It
Accedi per commentare

Il Segreto dei Bambini Felici

“Perché tanti adulti sono infelici? Pensate a tutte le persone che conoscete, che hanno problemi come la mancanza di fiducia in se stesse, oppure l’incapacità di prendere decisioni, o di rilassarsi, o di fare amicizia. D’altronde spesso si rimane colpiti dall’allegria e dall’ottimismo che alcune persone dimostrano costantemente. Per quale ragione, dunque, alcuni individui sono più sereni e più equilibrati di altri, nonostante le avversità?

Semplicemente, l’infelicità di molte persone deriva da un condizionamento. Durante l’infanzia, queste persone sono state inconsapevolmente condizionate all’infelicità e durante l’età adulta si sono comportate di conseguenza. Leggendo questo libro scoprirete forse che, senza volerlo, state ipnotizzando i vostri figli in maniera tale da indurli a disprezzare se stessi e state creando così, in loro, molti problemi che forse li affliggeranno per tutta la vita. Nondimeno ciò non è affatto inevitabile. Potete insegnare ai vostri figli ad essere ottimisti, affettuosi, valenti, felici e ad avere la possibilità di condurre una vita lunga e prospera.”

Un manuale che darà ai genitori più fiducia in se stessi, rendendoli più forti, più capaci di amare, più rilassati e... più felici.

autore: Steve Biddulph - Illustrazioni A. Stomann

editore: Tea Libri

Il bambino nascosto. Favole per capire la psicologia nostra e dei nostri figli.

“Sono due bambini nascosti protagonisti di queste pagine: quello che sta dietro ogni comportamento e sintomo infantile e quello che ognuno di noi adulti si porta dentro, proiettandolo spesso inconsapevolmente sui bimbi che ci camminano accanto nella vita.

Il libro vuole aiutare a scoprire attraverso la rielaborazione fantastica di effettive storie infantili come ogni comportamento, dal punto di vista psicologico, si strutturi in maniera del tutto inconscia nel mondo interno fin dai primissimi anni della nostra esistenza.

La fatica di crescere viene analizzata a partire da temi diversi (l’abbandono dell’infanzia, la nostalgia, la perdita, il tradimento, la paura), tutti ugualmente significativi del disagio infantile. Ed è così che la scoperta del mondo interno di un bambino attraverso la riappropriazione delle nostre stesse emozioni di una volta costituisce una valida chiave d’accesso al mondo dei ragazzi, per poterli capire e aiutare meglio”

autore: Alba Marcoli

editore: Mondadori (collana Oscar saggi)

Bianco su nero

Note di Copertina

Mosca, 20 settembre 1968. Nell'esclusiva clinica del Cremlino riservata alla nomenclatura sovietica nascono due gemelli: il primo muore quasi subito, il secondo, Rubén, si rivela affetto da paralisi cerebrale: le facoltà intellettuali sono intatte, ma non può muovere gli arti, salvo due dita.

Dopo poco più di un anno Rubén sarà separato dalla madre (che, figlia del segretario del Partito comunista spagnolo in esilio, è stata mandata dal padre in Russia a trascorrere un periodo di "rieducazione" e lì si è innamorata di uno studente venezuelano) e rinchiuso negli speciali orfanotrofi in cui vengono isolati, e sottratti allo sguardo, quelli come lui, considerati impresentabili da una società che esalta il mito dell'uomo nuovo e dichiara di muoversi verso un radioso futuro.

Solo all'inizio degli anni Novanta Rubén riuscirà a fuggire dal suo Gulag personale e, ritrovata la madre, comincerà a raccontare la sua storia, rivelandosi scrittore vero. Perché quello che colpisce in questo libro, e si imprime nella memoria del lettore, non è tanto la cronaca di un'infanzia e di un'adolescenza trascorse all'interno di un sistema feroce, dove in nome dell'ideologia si perpetrano vessazioni quotidiane, ma la voce che trasforma l'orrore in narrazione, e lo sguardo che questo stesso orrore trasforma in immagini a volte commoventi, altre volte grottesche, altre ancora di corrosiva comicità, ma sempre potentemente tratteggiate, come lo sono del resto tutti i personaggi che attraversano la vita di Ruben: la studentessa spagnola che balla per lui senza musica in una stanza d'ospedale; il cane randagio monco di una zampa che i bambini adottano; le inservienti e le insegnanti, potenti deità femminili raramente benevole e più spesso minacciose; il ragazzo Sasa che si trascina nella neve fino all'aula per rivendicare il suo diritto a studiare; e Sergej, il ragazzo senza gambe che si allena per mesi allo scopo di poter fare a pugni con uno che le gambe le ha tutt\'e due...

Sono un ritardato. Non è un nomignolo offensivo, è semplicemente un dato di fatto. Ho un livello intellettuale troppo basso per un'esistenza autonoma, per una forma pur elementare di sopravvivenza. So fin da piccolo che il ritardo mentale può essere compensato o non compensato. Il ritardo compensato è quello per cui si ha una carenza intellettuale che ti permette comunque di vivere nella società senza dover contare sull'aiuto altrui. L'esempio standard di ritardo compensato è solitamente quello di individui con disturbi mentali che, grazie agli sforzi di dottori e pedagoghi, riescono a imparare un mestiere, magari quello di imbianchino o portinaio. Quanto a me, i pedagoghi mi hanno insegnato a risolvere equazioni complesse, i dottori mi hanno diligentemente rimpinzato di medicine e ingessato con grande zelo, ma i loro sforzi sono risultati vani. A tutt'oggi non sono in grado di sollevare un pennello da imbianchino.

autore: Rubén Gallego (traduzione di Elena Gori Corti)

editore: Adelphi