La cultura della sconfitta

Vi ho forse già parlato di quel periodo della mia vita in cui affiancavo le maestre della scuola primaria, durante l’ora di educazione motoria.

Mossa da “nobili pensieri”, volevo realizzare una sorta di “Giochi della gioventù” all’interno dell’Istituto. Avevo pensato di annotare i risultati di ciascun alunno ed avrei redatto io stessa una classifica con i migliori tre risultanti nelle categorie maschili e femminili.

Alla fine dell’anno scolastico ci sarebbe stata una premiazione con un diploma di merito e una luccicante medaglia.

 

Mi sembrava tutto molto semplice ed i ragazzi erano entusiasti: per i meno sportivi erano previste speciali menzioni per l’impegno profuso, avevo chiesto ed ottenuto, dalla dirigente scolastica, il permesso di procedere e sinceramente mai mi sarei aspettata quello che sarebbe successo dopo.

A pochi giorni dall’inizio dello svolgimento dei giochi, fui convocata in presidenza; mi fu detto che le maestre non approvavano attività in cui si mettessero in luce le qualità di alcuni e i deficit di altri. La scuola dell’obbligo avrebbe infatti il compito di porre tutti sullo stesso livello, azzerando le diversità.

Uscita da quell’ufficio, mi sentivo sconfitta e decisi di scrivere una lettera alle mie colleghe:

“Pensiamo di dover tutelare i nostri figli e i nostri ragazzi, da ogni cosa che possa (anche solo lontanamente) ferirli, e non ci rendiamo conto che, per proteggerli, impediamo loro di crescere.

Come insegnanti, quotidianamente, critichiamo quei genitori che, per eccesso d’amore, accompagnano i figli fino  all’interno della struttura scolastica, impediscono loro di giocare per paura che sudino troppo e si ammalino, li giustificano quando non sono riusciti a studiare, li difendono a priori quando noi li ammoniamo.

Nel mio ruolo di madre, così come in quello di insegnante, penso di dover educare piuttosto che proteggere, fornire gli strumenti per rialzarsi piuttosto che impedire la caduta. Molto spesso, si tratta di una scelta sofferta, difficile, ma necessaria, se vogliamo rendere grandi i nostri piccoli.

Credo fortemente che la sconfitta, la mancanza di un primato o un insuccesso scolastico non siano qualcosa da cui difendere i nostri ragazzi, e impedire loro di confrontarvisi (peraltro in un ambiente protetto ed educativo come la scuola) non solo impedirà loro di acquisire gli strumenti necessari per affrontare le sicure ed inevitabili sconfitte della vita quotidiana, ma anche di accettarli serenamente e di poterli usare come uno strumento di crescita e forza ritrovata.

I ragazzi di oggi non sanno perdere, si vergognano dei loro insuccessi; e noi adulti utilizziamo i dati negativi solo ed esclusivamente come motivo di castigo. Anche in ambito scolastico, controlliamo il risultato finale,  positivo o negativo, vittoria o sconfitta, tralasciando molto spesso il contenuto e le motivazioni.

Lo sport, assieme all'educazione che ho ricevuto in famiglia, è sempre stato una palestra che mi ha insegnato uno stile di vita. Non esagero se dico che ha supplito, molte volte, all'approssimazione educativa che poi avrei trovato in ambienti che, per natura, avrebbero dovuto essere più attenti a questa dimensione.

Agonista fin nel sangue, è stato lo sport a raccontarmi e ad aiutarmi a formulare il concetto di "sconfitta creativa"; creativa nel senso di qualcosa che è capace di creare dalle ceneri.

Lo sport vive alimentato, prima di tutto, dalla sua dimensione agonistica.

La sua connaturale bellezza è proprio quella di saper far nascere sempre nuove ed avvincenti sfide, con se stessi e con gli altri.

Nel nostro tempo, esso non rappresenta più soltanto un gioco: è una cosa seria, perché muove enormi cifre di denaro, mette in moto incredibili interessi e genera conseguenze non certo irrilevanti; ed è una cosa seria perché sa stimolare grandi passioni, e nutrire una passione significa, in qualche modo, patire, soffrire per un obiettivo, ma anche prendere parte, dare sapore alla propria esistenza, conoscendosi e sfidandosi.

Sconfitta e vittoria sono i due volti, le due estreme espressioni, della competizione.

In ambito scolastico, una sufficienza equivale ad una vittoria o ad una medaglia, così come un’insufficienza è paragonabile ad una sconfitta e al non essere premiato. Chi afferma che in una premiazione si dia risalto ai “bravi” rispetto “ai meno bravi”, non dovrebbe utilizzare la votazione come metro di valutazione delle prestazioni scolastiche e come differenziazione tra i “bravi scolari studiosi” e “quelli che non lo sono”.

Ai giorni nostri, il peso di cui è caricata la vittoria, e quindi la sconfitta, in termini di immagine e di denaro, è divenuto sempre maggiore.

Gli interessi economici prevaricanti, la spettacolarizzazione esasperata, il ricorso al doping, il razzismo, la violenza negli stadi, ne sono una triste testimonianza.

In questo contesto, invocare una cultura della sconfitta, una riscoperta del “saper perdere” può rappresentare qualcosa di più che non solo una formula ironica e provocatoria, invocata per superare il disagio dell’ennesimo insuccesso.

Nell'eccellenza sportiva, il principio della meritocrazia, elitistico nella sua sostanza, viene ad associarsi al principio della democrazia: chi si afferma nello sport lo fa perché ha delle doti, l’accesso al primato non è precluso a chi parte da una situazione di svantaggio sociale, anzi, per molti atleti è un ascensore sociale.

Lo sport di vertice, sovraccaricato di valenze, non riesce più ad assolvere il suo ruolo di compensatore sociale; sta perdendo la sua prerogativa di terreno in cui la sconfitta è accettabile, in cui l’insicurezza, la paura di perdere, insita in ogni essere umano, sono affrontate in ambiente protetto. La sconfitta non è più né accettata, né accettabile: va eliminata, rimossa nelle sue cause e nelle sue conseguenze, sublimata dalla spettacolarizzazione, annegata nel quotidiano, scavalcata con la truffa e con il doping.

Del resto, il messaggio della vittoria ad ogni costo è vivo ad ogni livello, perché presente nella società prima ancora che nello sport.

I bambini lo recepiscono sin dalla tenera età, bombardati da personaggi presentati loro dai media come sempre vincenti.

Si impone una cultura della sconfitta che permetta di affrontare una questione fondamentale per chi si avvicina alla pratica motoria e sportiva: il desiderio della realizzazione di sé, investendo energie e tempo, sopportando fatiche e rinunce per un obiettivo sportivo. Tutto ciò è un impegno che si scontra con la durezza della sconfitta, il dolore di un infortunio, la percezione del limite, l’evidenza della superiorità di un avversario.

È dunque certamente banale ridurre la sconfitta a semplice rassegnazione dignitosa di fronte ad un risultato avverso. Un'accezione più alta è quella che lega la cultura della sconfitta ad una nuova cultura della vittoria: saper perdere per saper vincere.

Il bello della sconfitta sta innanzitutto nel saperla accettare. Non sempre è la conseguenza di un demerito: a volte sono solo stati più bravi gli altri. Più sei disposto a riconoscerlo - quando è vero, quando non stai cercando di costruirti un alibi - più aumentano le possibilità di superarla. Anche di ribaltarla.

La sconfitta va vissuta come una pedana di lancio: è così nella vita di tutti i giorni, così dev'essere nello sport.

Bisogna sforzarsi di trasformarla in un riaccumulo di energie, prima psichiche, nervose, e poi fisiche.

Nello sport, così come nella vita, ogni sconfitta è utile, a patto di saperla leggere. Nel mio incarico scolastico, ad ognuna è sempre seguita un’analisi approfondita. E all’analisi, la sintesi. Di riflesso, ho sempre potuto assistere alla nascita, nei miei alunni, di un processo di autocritica, individuale e poi collettiva.

Il passaggio successivo, fondamentale, era quello dall’autocritica alla solidarietà, che è poi l’anticamera della voglia di rifarsi, il bisogno di ripartire per cancellare la negatività e, con essa, la sofferenza.

Così, quand’era ora di ricominciare, ciascuno si riprendeva le proprie responsabilità di prima ma arricchite da quell’esperienza di sofferenza superata.

I nemici dello sport sono tanti: il male peggiore, il più pericoloso, è la mancanza di un'adeguata cultura della sconfitta, quella che oggi io ho riscontrato in voi."

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cnadia ha risposto alla discussione #2 04/12/2017 21:10
Interessante articolo.
Si ricollega un po' a quanto stavamo dicendo nella cartella sull'insufficienza www.officina...=921&lang=it
Nel mio piccolo vedo studenti rassegnati, che si ritengono perdenti a vita, che ad ogni "sconfitta" (brutto voto, nota...) hanno conferma del loro essere una nullità e si ritrovano in questa spirale negativa da cui è difficile uscire.
E poi vedo altri studenti che non possono accettare di non essere il "top", che reagiscono malissimo ad ogni voto sotto quella che per loro è la votazione "giusta" per loro.
È una cosa difficile da gestire nelle scarse ore che li si vede (con alcuni ho solo 1 ora a settimana), credo che servirebbe davvero una cultura che aiuti a prendere le sconfitte come qualcosa di non definitivo e soprattutto non stigmatizzante, come detto nell'articolo dovrebbero essere un "trampolino"... una scuola che aiuti a tirare fuori il meglio di ognuno e che non si limiti a voti ed etichette...
megg ha risposto alla discussione #3 05/12/2017 18:34
E` vero, articolo interessante. Il problema, come dice nadia, e` che la scuola spesso 'etichetta', e, nel bene e nel male, e` difficile scollarsi di dosso l'etichetta. A me sembra che la scuola di oggi sia molto piu` competitiva rispetto alla scuola che ho frequentato io, a scapito di valori come la condivisione, l'amicizia, il lavoro di gruppo. Non si tratta di "sana competizione agonistica", ma di ricerca dell'eccellenza, col risultato, spesso, di demoralizzare sia gli studenti che "si ritengono perdenti a vita" di cui parla nadia, sia quelli che sono anche bravi ma non necessariamente eccellenti e geniali. Ecco, non capisco perche` non sia abbastanza, per la scuola, essere "solo bravi". Basti pensare al fiorire di gare e garette e olimpiadi di qualsiasi materia curriculare, ai compiti in classe che adesso prevedono quasi sempre gli esercizi extra "per valutare l'eccellenza". Tutte pratiche, secondo me, deleterie per l'autostima di tutti e per i rapporti scolastici in generale.

Flicts

Flicts è un colore triste e solitario perché nessuna cosa intorno ha quel colore e nessuno vuole giocare con lui. Flicts non è rosso, non è giallo, non è verde, non è blu. Il sole è giallo, il cielo è azzurro, i fiori sono rossi, arancioni, rosa. Ma niente è flicts. Nessun colore lo invita a fare il girotondo, tutti hanno da fare quando lui li cerca. Finché non scopre che .... la luna è flicts. Pochi hanno visto il vero colore del suolo lunare, ma Armstrong, il primo astronauta che ha messo piede sul nostro satellite, garantisce che la luna ha quel colore, con tanto di autografo. 

Un librino bello, colorato. Flicts in realtà è una specie di ocra, colore forse "normale" per noi, ma ogni bimbo in realtà si sente un po' flicts, a volte. Vorrebbe essere uguale agli altri e invece è diverso. Le chiavi di lettura sono tante e secondo me ha una poeticità semplice ma commovente.

Alves Pinto Ziraldo è tra i più conosciuti autori per l'infanzia in lingua portoghese.

Consigliato per l'età prescolare. 

autore: Alves Pinto Ziraldo

editore: Editori Riuniti

Pane e cioccolato

Nina e Susi sono amiche del cuore, stanno molto bene insieme e hanno molte cose in comune, tranne…il colore della pelle. A scuola tutte le chiamano pane e cioccolato.

Nina sogna una principessa color cioccolato, proprio come lei, ma ha paura di essersi sbagliata perché i suoi compagni dicono che è impossibile: non esiste qui una principessa così. E anche a casa, nel libro di fiabe della mamma, una principessa nera non si trova. Così mamma e papà, insieme alla sua amica Susi organizzano una caccia alla principessa color cioccolato, fanno una spedizione in biblioteca e scoprono che fra le pagine di un libro c'è Akira, una principessa africana, bella e anche coraggiosa.

Questa è l'incantevole storia di una bambina nera, che esprime il suo senso di estraneità in mezzo a gente dalla pelle "bianca come la panna".

Per affrontare un tema delicato come le diverse identità e le varie peculiarità somatiche, è molto utile la chiave di lettura per gli adulti a cura di Mariateresa Zattoni, inserita alla fine del libro, scritto da Lodovica Cima.

Età consigliata dai 6 agli 8 anni

Il libro è inserito all'interno della collana "Parole per dirlo" edita da San Paolo Edizioni, rivolta ai bambini di 6-8 anni. Non sempre è facile trovare le parole giuste per spiegare ai bambini alcuni eventi della vita, situazioni difficili che si incontrano in famiglia, a scuola o con gli amici. Il modo migliore è quello di raccontare loro una storia che gli aiuti a capire ed accettare la novità.

Lodovica Cima vive e lavora a Milano, dove si è laureata in Letteratura italiana comparata alla Letteratura inglese. Ha due figli. Da più di quindici anni lavora nell'editoria per ragazzi, dapprima come redattrice in case editrici librarie (Signorelli, Vita e Pensiero, Cetem, De Agostini, Giunti, PBM Editori) e poi, dal 1996 come autrice/progettista e consulente editoriale. Ha creato e diretto per nove anni la collana di narrativa per ragazzi "La giostra di carta" per Bruno Mondadori Editore. Insegna al Master per L'Editoria istituito dall'Università degli studi di Milano e dalla Fondazione Alberto e Arnoldo Mondadori. Partecipa a giurie di premi letterari riservati ai ragazzi e scrive, oltre a romanzi e fiabe che si trovano in libreria, anche testi scolastici e parascolastici.

Francesca Carabelli, autrice delle illustrazioni, è nata a Roma nel 1969. Ha iniziato la sua attività artistica nel campo dell'animazione e successivamente si è dedicata all'illustrazione per l'infanzia. Ha partecipato a diverse mostre e concorsi. Ha pubblicato i suoi lavori con varie case editrici.

Intervista all'autrice: Lodovica Cima

autore: Lodovica Cima - Illustrazioni Francesca Carabelli

editore: San Paolo Edizioni, 2009

La città dei bambini

La rivoluzione proposta in questo libro è ripensare alle nostre città a partire dai bambini: una città fatta per i bambini è garanzia di una vita migliore per tutti.

Francesco Tonucci è un ricercatore del CNR che ha avviato con il comune di Fano il progetto "La città dei bambini".

Questo libro rivede tutte le priorità della vita di città, dove sono le macchine a farla da padrone. I bambini sono prigionieri delle case, non possono uscire a giocare da soli, non possono andare a scuola da soli. Non vivono la città, perché in realtà le città non sono più vivibili.

Ma considerando il punto di vista dei bambini, contemporaneamente si rispettano anche le altre categorie più deboli: gli anziani, i disabili. Una città pensata per i bambini è in realtà una città per tutti, e il libro ci mostra come e perché. La soluzione potrà sembrare utopica, forse, ma per l'autore è molto più utopico e folle procedere nel cammino senza futuro che le nostre città hanno imboccato. Quella dei bambini è un'utopia concreta, un'utopia sostenibile.

La prefazione è di Bobbio.
L'autore è anche disegnatore, con lo pseudonimo di FRATO.

autoreFrancesco Tonucci

editore: Laterza