Lo sport non deve essere un premio

"Scusa Mister, ma oggi M. ha preso un brutto voto a scuola e, per castigo, non parteciperà agli allenamenti”. Sono di questo genere i messaggi e le telefonate che spesso ricevo dai genitori dei miei piccoli calciatori. Quello delle punizioni infantili è un capitolo educativo che suscita sempre emozioni contrastanti negli adulti chiamati ad esercitare il ruolo di maggior forza e decisione. Negli ultimi decenni, si sono alternati diversi modelli educativi, passando da quelli eccessivamente autoritari (forse), ad altri fin troppo permissivi.
Ma allora quali sono le punizioni efficaci? Nelle prossime righe cercherò di fornire il punto di vista di un'insegnante-allenatrice, con il solo scopo di offrirvi qualche spunto di riflessione.

 

 


Punire, se fatto in modo adeguato, cioè nel rispetto del bambino e della sua dignità, ha un immenso valore educativo, ce lo dicono tutti i più noti pedagogisti.
Capita spesso a chi, come me, opera in ambito sportivo-scolastico, di assistere all'uso dello sport, da parte degli adulti, come fosse un premio. Genitori ed insegnanti ricorrono frequentemente al castigo per il cattivo rendimento scolastico, vietando la partecipazione del figlio-allievo all'allenamento o agli eventi sportivi del fine settimana. Lo sport, usato in tal modo, è strettamente collegato alla cultura sportiva di ciascuno di noi e al valore di cui investiamo le punizioni. L'attività sportiva non può essere considerata un premio per il buon rendimento scolastico o il comportamento corretto. Secondo la mia modesta esperienza, far saltare gli allenamenti e le partite è una pratica che ha parecchie controindicazioni, che non possono non essere prese in considerazione da noi genitori e dagli stessi allenatori.

 


Limitando l'attività sportiva non si fa altro che favorire l'accumularsi di tensione nel bambino; una tensione che la pratica sportiva mitiga notevolmente. Il bambino è fatto di impulsi, il più delle volte fuori controllo, e le sue emozioni sono come lava che preme per eruttare.
Lo sport è estremamente utile per canalizzare questa valanga di energia, evitando che sfoci in modo inadeguato. Punire e bloccare lo sfogo di queste pulsioni attraverso un'attività che serve anche per scaricare la tensione e convogliarla in modo corretto, potrebbe provocare nel bambino reazioni ancora più difficili da gestire; tra queste, è possibile un aumento della sua vivacità o un maggior disinteresse per le attività scolastiche, perché, per reazione, le pulsioni represse possono sfociare in opposizione verso i genitori, anche se ogni caso è storia a sé!
Per questo motivo, punire il bambino non facendolo giocare a calcio (nel mio caso) è una soluzione che mi sento di scoraggiare, anche se io stessa sono stata tentata più volte di metterla in atto.


Con i più grandicelli si potrebbe adottare un'altra strategia: farli allenare ma non convocarli in partita e obbligarli ad andare a vedere la gara disputata dalla loro squadra. Così facendo, lasciamo acceso l'interruttore che permette loro di sfogarsi, di correre e di perseguire un impegno come l'allenamento.
Se si crede nel valore educativo dello sport, è necessario utilizzare quest'ultimo come strumento per predisporre attività che rinforzino nel discente il valore e il rispetto delle regole, il senso di responsabilità e il valore della cooperazione, creando una sorta di “supporto caratteriale”, che renda sempre meno frequente la mancanza commessa.


Adesso dirò qualcosa di estremamente provocatorio: numerosi ed illustri pedagogisti e psicologi, esperti di problematiche infantili, accusano i genitori di oggi di essere scarsamente creativi e di mettere poca passione nel ricercare punizioni efficaci.
I castighi, in effetti, sono sempre gli stessi, monotoni e ripetitivi e i ragazzi sembrano ormai assuefatti ad essi. Quando un genitore, a causa dello scarso impegno scolastico, vieta al proprio figlio di frequentare la società sportiva, gli allenamenti e le partite, lo fa sicuramente per dare un segnale forte al bambino, per stimolarlo ad impegnarsi maggiormente nello studio, dunque la motivazione è assolutamente valida; ma il mezzo, se ci riflettiamo, può non essere appropriato.
Infatti, in questo caso, la punizione non è affatto correlata alla mancanza commessa: come si può pensare di rendere il proprio figlio più dedito alle attività scolastiche privandolo dell'attività sportiva? Non sarebbe più opportuno che  il castigo applicato per la mancanza di impegno nello studio riguardasse, per esempio, il dovere, da parte del bambino inadempiente, di relazionare ad alta voce ai familiari la lezione per il giorno dopo, di presentare quotidianamente un resoconto scritto di quanto studiato e così via?


Oltretutto, la scelta di punire il giovane impedendogli di partecipare alle attività sportive, oltre a deresponsabilizzarlo rispetto agli impegni presi, crea disagi nella pianificazione e organizzazione degli appuntamenti agonistici, penalizzando anche la prestazione dell'intera squadra o del proprio gruppo sportivo.
Come educatori, dovremmo preferire i rinforzi positivi alle continue sgridate e i sostegni concreti per l'acquisizione di un metodo di studio efficace, piuttosto che centinaia di vuoti incitamenti a mettersi al lavoro. Perciò...viva le punizioni! ma solo se sono uno stratagemma educativo valido, usato in modo opportuno e mirato e, soprattutto, in termini costruttivi per la crescita dei nostri ragazzi.

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Un estratto:
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autore: Jeanne Van den Brouck (tradotto da A. Vittorini)

editore: Cortina Raffaello