Visitiamo la Risiera di San Sabba

Un lungo e stretto cunicolo in cemento armato, all’ingresso di quello che è stato l’unico lager italiano con forno crematorio, già ci fa stringere il cuore e camminare ad uno ad uno, silenziosi e a passi lenti.

Siamo nella periferia di Trieste, nel luogo dove, tra il 1943 e il 1945, il vecchio opificio, per la lavorazione del riso prima, caserma militare poi, viene trasformato dalle SS in Polizeihaftlager, un campo di transito per gli ebrei catturati in Veneto e Litorale Adriatico, diretti ad Auschwitz, Dachau, Mauthausen e Bergen-Belsen (25 tra loro furono uccisi qui perché incapaci di affrontare la deportazione) e campo di eliminazione per partigiani e antifascisti.

 

Non si sa ancora esattamente quante siano state le vittime, in quanto i nazisti in ritirata distrussero tutte le prove dei loro crimini e fecero saltare in aria sia il forno crematorio, che la ciminiera; si parla di 2.000 vittime, ma alcuni storici indicano un numero superiore, tra 4.000 e 5.000.

Una videoguida ci conduce alla Cella della morte, uno spazio dove venivano condotti i prigionieri in attesa di esecuzioni che di solito avvenivano di notte, mentre le SS mandavano in onda all’interno del campo musica ad alto volume (si possono vedere ancora gli altoparlanti) o aizzavano i cani ad abbaiare per coprire le grida dei condannati.

Le uniche due fucilazioni avvenute in risiera e non occultate, ma anzi esibite, furono quelle di due militari italiani del Battaglione Davide che erano passati coi partigiani e si erano insubordinati ai loro ufficiali.

Il luogo che ci ha maggiormente angosciato è stato la Sala con le 17 microcelle: a me sembra di vederli ancora questi uomini e queste donne, all’interno di questi spazi così angusti (larghe 1,20 m e alte 2 m), in sei con solo due brande, in attesa della morte o della deportazione. Le prime due celle servivano alle torture, ci dicono che molti venivano trattenuti in piedi o gettati a terra, legati, proprio davanti alle celle e uccisi a bastonate e poi lasciati lì, morti in mezzo ai vivi.

Una mazza ferrata è stata rinvenuta tra le macerie dell’edificio del forno. Uccisi anche con i gas, asfissiati in appositi camion o impiccati. Una donna riuscì a scrivere su un pezzo di carta i nomi e gli indirizzi di alcune vittime e molti triestini hanno testimoniato di aver visto i sacchi delle ceneri che uscivano dalla Risiera per essere disperse in mare.

Poi si entra nella Sala delle Croci, un’ampia camerata così detta per l’effetto visivo che danno le travature sotto la luce delle finestre, e dove venivano radunati i prigionieri in attesa di partire. Qui vediamo alcuni oggetti razziati dai nazisti agli ebrei: due paia di occhiali, un bocchino per sigarette, un portacipria, alcune posate d’argento, due orologi da tasca, due pettini, un anello, una spilla. Sono oggetti semplici, eppure furono rubati dai nazisti, dimenticati per anni e poi finalmente riportati a casa, a Trieste. Sui muri di questa stanza furono trovati scritte e graffiti oggi scomparsi, ma che sono stati trascritti nei diari del professor Diego de Henriquez e conservati nel Civico Museo della guerra per la pace.

Ho subito avuto la curiosità di sapere cosa avessero scritto su quelle pareti e la ricerca mi ha condotto in un territorio ancora in parte inesplorato. Sembra che il collezionista abbia passato intere giornate e nottate, subito dopo la Liberazione, a copiare come un amanuense oltre 600 graffiti di ebrei, di militari e di civili, prima che le autorità cancellassero tutto in fretta e furia. Perché?

Forse lo storico ha trascritto anche qualche nome di collaborazionista che non si doveva vedere o far conoscere. Fatto sta che il poverino morì in circostanze sospette nel 1974, in un incendio doloso che devastò il suo archivio, il magazzino e la casa dove abitava. Comunque, parte dei diari della Risiera di San Sabba si salvarono e oggi sono consultabili, ma solo parzialmente.

A proposito dei collaborazionisti, di cui bisognerebbe scrivere un capitolo a parte, essi includevano: alcuni militari italiani; forze di polizia slovene; ucraini “laureati” al lager di Treblinka che facevano parte di uno speciale squadrone di “macellai”, mai nemmeno imputati alla fine della guerra, e che si erano macchiati anche dell’orribile sterminio di disabili e malati famoso sotto il nome di T4 tra il 1939 e il 1941; criminali di guerra inseriti direttamente nell’ “Einsatzkommando Reinhard” di Odilo Globocnick, autore già dello sterminio di massa di oltre due milioni di ebrei in Polonia e nominato da Himmler responsabile del campo di sterminio di San Sabba. Con Globocnick collaborarono anche nuclei organici della pubblica sicurezza: si tratta della famigerata Banda Collotti, che operava in tutta la Venezia Giulia e attraverso rastrellamenti, arresti di partigiani, antifascisti ed ebrei, perpetuava violenze e torture anche su civili, donne e bambini.

Usciamo nell’ampio cortile e qui lavoriamo con l’immaginazione, perché al posto del forno crematorio e della ciminiera troviamo una grande piastra d’acciaio, una scultura in metallo e tutto intorno delle mura in cemento che gravano sullo spazio dando un senso di prigionia, pesantezza e squallore.

Romano Boito, l’architetto che ha costruito questo museo, ha definito così il cortile: “il cortile cintato si identifica quale una basilica a cielo libero.”

Ci avviamo verso la Sala delle Commemorazioni, in cui spicca la scultura di Marcello Mascherini “Monumento ad Auschwitz” (1958), ed entriamo all’interno del Museo, dove molti giovani studenti, guidati dalle loro insegnanti, visionano i filmati della RAI che riportano le testimonianze dei sopravvissuti durante il processo che si svolse nel 1976 presso la Corte di Assise di Trieste. E’ anche possibile vedere numerosi oggetti appartenuti agli ebrei: le divise a righe dei detenuti (si tratta di donazioni provenienti da altri campi, perché alla Risiera non venivano utilizzate) e numerose lettere di addio scritte dagli stessi prigionieri per salutare i propri cari.

Alla fine del processo, l’unico imputato condannato all’ergastolo, il criminale di guerra Josef Oberhauser, non scontò nemmeno un giorno di carcere, in quanto la Germania non era tenuta ad estradarlo in Italia a causa di un accordo bilaterale che stabiliva che l’estradizione fosse possibile solo per crimini commessi dopo il 1948. Quanta amarezza!

“Tutti conoscono a grandi linee la storia dei campi di concentramento… ma è inconcepibile alla mente umana cosa realmente sia accaduto lì dentro se non li si visita, se non si vedono dal vivo i luoghi di queste atrocità, se non si prova ad immedesimarsi in una di quei milioni di persone… non ci si rende conto bene neanche così” (Jessica, pensiero di una studentessa dopo la visita).

 

Civico Museo della Risiera di San Sabba

Via Palatucci, 5 – Trieste - Tel. 040 826 202

Da Lunedì a domenica dalle ore 9.00 alle 19.00 

Ingresso libero.

Audioguida: 2 euro

 

 

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Summerhill ha uno spirito comunitario e di autogoverno in anticipo sui tempi. Questo avviene perché la scuola stessa è un'isola:
Neill non si propone di cambiare la società, lui desidera solo che i suoi ragazzi siano felici. Quando un ragazzino arriva a Summerhill inizialmente è disorientato e approfitta di tutto quello che si pensa (sbagliando) sia "libertà", ovvero fare quello che si vuole. A Summerhill le lezioni sono facoltative, se un bambino non vuole imparare a leggere e a scrivere non lo fa, e non è giudicato ma viene trattato con rispetto. Eppure entro breve tempo (quasi) tutti frequentano le lezioni, rispettano la libertà degli altri e se questo non avviene, gli stessi bambini decidono la sanzione, nell'assemblea settimanale di autogoverno.

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