Io gioco da sola

È sempre un piacere sedersi per terra sul tappeto e giocare col nostro bambino.
Ritroviamo il piacere di costruire con i mattoncini, di modellare animali fantastici o semplicemente di vestire e pettinare quelle bambole che tanto ci piacevano quando eravamo piccole.


Ma inevitabilmente squilla il telefono, c'è qualcos'altro da fare, la mamma vorrebbe leggere il giornale, il papà desidera distendere la schiena dopo aver fatto il cavallo per le ultime due ore. Ma insomma, viene spontaneo chiedersi: possibile che il mio bambino non sappia giocare da solo?

 

Sembrerebbe quasi che tanto più i genitori siano bravi a creare giochi, a costruire e a inventare, più i loro figli, o meglio, il loro figlio (primo o unico) sia incapace di stare cinque minuti da solo a fare un gioco qualsiasi. Paradossale, ma forse vero. Questo l'ho notato maggiormente con i nonni: con la nonna brava a ritagliare, a cucire, a inventare, i bimbi rimangono lì accanto, tutto il tempo, attingendo senza tregua alle sue risorse ed energie; con la nonna indaffarata, accudente più che "giocante" i bimbi mostrano una maggiore risorsa inventiva.

Un'idea per aiutare i nostri bambini a giocare da soli può essere quella allora di osservarli a giocare più che proporre giochi. Fin da piccoli, dopo aver iniziato il gioco, prendere le distanze: osservare da vicino, sorridere, approvare ma resistere alla tentazione di intervenire. Non subito, almeno. Mi sono accorta di quanto fosse brava mia figlia piccola con i mattoncini solo per caso, mentre ero intenta a costruire bellissime torri per la maggiore, quando entrambe non erano ancora in età per giocare insieme. 


Forse allora il genitore del bambino che non gioca da solo ha bisogno di guardarlo meno? Non so, forse deve avere più fiducia nelle capacità di suo figlio di scoprire le cose, nella sua autonomia. Un meccanismo che automaticamente scatta quando c’è un altro bambino, un fratello o un compagno di nido e inevitabilmente l’occhio della mamma, del papà o dell’educatrice non può essere completamente dedicato alle esigenze del singolo.


Paola Crisafulli per Officina Genitori

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”Vorrei scappare in un deserto e gridare…”

Questo libro svolge brillantemente l'importante compito di far conoscere ad un pubblico "laico" un disturbo di cui i mass media parlano spesso, fornendo tuttavia, come accade non di rado, notizie in gran parte inesatte e talora decisamente errate. E’ scritto da un medico pediatra e da un ingegnere, ambedue genitori di bambini affetti da ADHD, quindi da persone che hanno avuto modo di conoscere il disturbo nelle più intime pieghe della sua quotidianità familiare.

Il primo autore, in quanto pediatra, ha arricchito questa conoscenza con le capacità di osservazione e di comprensione derivate dall'esercizio quotidiano della sua professione: una conoscenza partecipe, quale "l'esperto" estraneo non ha. Nello stesso tempo il linguaggio riesce a essere "laico", quindi con la massima comprensibilità per tutti, ma soprattutto per i genitori, cui specificamente si rivolge. A questi pregi si aggiunge la capacità espressiva degli autori, che rende piacevole la lettura.

Il libro dunque parte da esperienze vissute, che però sono state elaborate ed approfondite attraverso il confronto con gli "esperti" e soprattutto da un lodevole impegnativo studio dei dati scientifici esistenti, che vengono correttamente esposti e sono puntualmente aggiornati. Esso rappresenta anche un significativo documento sulle difficoltà in cui viene spesso a trovarsi un genitore di bambino con ADHD a causa delle disfunzioni organizzative e delle insufficienti conoscenze che si trovano anche tra i medici, ampiamente testimoniato da un buon numero di lettere di genitori, non poche delle quali devono far riflettere i medici e in particolare i neuropsichiatri su un certo tipo di errore che è stato a lungo commesso. Un errore che fa parte di uno stereotipo culturale derivante da vecchie teorie o da cattiva interpretazione delle stesse e che si basa sull'assunto "la colpa è sempre dei genitori"! Com'è successo per l'autismo (potremo mai calcolare il danno e la sofferenza che questa impostazione ha provocato nei genitori e di conseguenza nei figli?), ora continua, a volte, per l'ADHD.

Già da anni la letteratura scientifica ha contraddetto queste teorie relativamente all' autismo e all'ADHD, ma evidentemente non tutti si aggiornano. Ben lungi dal negare che tante problematiche del bambino dipendano dall'ambiente e soprattutto da quello familiare, ma bisogna saper distinguere e non imputare allo stato d'ansia riscontrabile nella madre, ad esempio, la causa della patologia del bambino. Questo suggerisce una insufficiente capacità di approfondire i meccanismi della relazione interpersonale e a volte appare un modo del terapeuta di scaricare ad altri le responsabilità: «La colpa è di voi genitori, curatevi voi altrimenti io non posso far nulla per il bambino!». Anche nei casi in cui vi è una responsabilità più o meno ampia dei genitori, l'atteggiamento del terapeuta deve essere diverso, non accusatorio ma, secondo il proprio ruolo, "terapeutico", cioè di indirizzo, di richiamo e di ricerca della collaborazione da parte del genitore.

Più o meno indirettamente il libro mette in luce anche un'altra carenza che a volte si riscontra in alcuni operatori neuropsichiatrici (non solo in Italia): l'insufficiente conoscenza di tecniche terapeutiche in senso lato. Essi sono preparati per un solo tipo di psicoterapia efficace per alcuni disturbi, mentre non hanno evidentemente conoscenza di altre tecniche di intervento terapeutico non farmacologico, efficaci per altri tipi di disturbo. Questo perché è necessaria una maggiore capacità del terapeuta di usare approcci diversi in rapporto a problematiche diverse. Il libro non manca da questo punto di vista di segnalare interventi semplici ma talora molto efficaci di guida ai genitori e agli insegnanti.

Un libro per laici, che sarà utile pure ai medici e agli altri operatori del settore, perché dà un panorama scientificamente corretto dell'ADHD e degli interventi da adottare in favore di coloro che ne soffrono e anche perché riporta, attraverso le lettere dei genitori, una istruttiva esperienza di casi clinici.

autore: Raffaele D'Errico, Enzo Aiello

illustratore: S. Deflorian

editore: AIFA

Il viaggio di Caden

“Quando tocchi il fondo puoi solo risalire”

 

“Il viaggio di Caden” è un romanzo commovente, ma anche divertente, un vero inno alla vita, che racconta la discesa negli abissi della mente del giovane protagonista, Caden, un ragazzo come tanti, affetto da schizofrenia.

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