Bullismo e Cyberbullismo: Il ruolo dell’educatore nella prevenzione del rischio

Il termine bullismo deriva dall’inglese bullying e, seppur privo di una sua puntuale definizione tecnica, giuridica e sociologica, è usato pressoché unanimemente per indicare tutta quella serie di comportamenti caratterizzati da intenti violenti, vessatori e persecutori tenuti da soggetti giovani (bambini, adolescenti) nei confronti di loro coetanei, ma non solo.

Può essere descritto come un’oppressione, emozionale o fisica, ripetuta e continuata nel tempo, perpetrata da una persona o da un gruppo di persone più potente nei confronti di un’altra persona, percepita come più debole; "si è oggetto di bullismo, ovvero si è prevaricati e vittimizzati, quando si viene esposti, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni” (Olweus).

 

Nella dinamica tipica del bullismo, il gruppo di spettatori riveste una notevole importanza nel creare e fissare i ruoli: l’essere bullo, così come l’essere vittima, corrisponde ad assumere un “ruolo sociale” che costituisce “l’insieme delle norme e delle aspettative che convergono su un individuo che occupa una determinata posizione in una rete di relazioni sociali più o meno strutturata, ovvero in un sistema sociale."

Rispetto alle caratteristiche psicopatologiche, il bullo presenta alcuni aspetti peculiari:

- incapacità di immedesimarsi nella vittima;

- bisogno di dominare gli altri, anche maggiori di età;

- incapacità di riconoscere le espressioni non verbali manifestate dagli altri;

- deficit socio-cognitivi;

- tendenza a vivere la vittima, per lui sempre colpevole, come un capro espiatorio;

- sottovalutazione dei propri comportamenti violenti;

- capacità manipolativa ed abilità nel catturare le simpatie del gruppo;

- stile educativo familiare di tipo coercitivo, incoerente, anaffettivo, con relazioni intrafamiliari ambivalenti, individualistiche, limitate e permissive.

Le caratteristiche della vittima sono, invece: l’immaturità, la timidezza, la paura, il disagio e il disadattamento, nonché uno stile educativo familiare immaturo, non formativo, iperprotettivo. La vittima manifesta paura, incapacità di affrontare le situazioni e di rispondere alle prepotenze, ed è sempre alla ricerca di protezione esterna e rassicurazione. L’autostima della vittima è molto bassa; il carattere è ansioso e solitario.

Dal punto di vista di una fenomenologia dissociale individuabile, le caratteristiche del bullismo sono: intenzionalità, persistenza nel tempo, asimmetria della relazione.

Si può manifestare sotto diverse forme:

- bullismo diretto, quando è caratterizzato da attacchi, relativamente aperti nei confronti della vittima, di tipo fisico e/o verbale;

- bullismo indiretto, quando è caratterizzato dall’isolamento sociale e dall’intenzionale esclusione dal gruppo.

Stalking, cyberbullismo o bullismo elettronico. 

Il cyberbullismo potrebbe essere definito come bullismo verbale e/o relazionale supportato elettronicamente, in accordo con il coniatore del termine, Bill Belsey: “il cyber-bullismo comporta l'uso di tecnologie di informazione e di comunicazione, come ad esempio e-mail, telefoni cellulari, pager, messaggistica istantanea, siti web diffamatori, per sostenere deliberatamente e ripetutamente comportamenti ostili da parte di un individuo o di un gruppo, destinati a nuocere agli altri.”

Tuttavia, come suggeriscono Dehue, Bolman e Vollink (2008) devono coesistere principalmente tre fattori per cui l’atto si possa definire cyberbullismo: il comportamento deve essere reiterato, si deve registrare la presenza di un’afflizione psicologica e deve essere messo in pratica intenzionalmente.

I ricercatori hanno iniziato a investigare sulle motivazioni del cyberbullismo, stabilendo che le due principali motivazioni, comuni e interrelate, includono l’anonimato e l’effetto di disinibizione. L’anonimato è un costrutto composto da due elementi: la non identificabilità e l’invisibilità. “La non identificabilità contribuisce maggiormente alla disinibizione tossica, dal momento che chi legge i post avrà scarse informazioni sulla posizione geografica, la professione, il genere, l’etnia o l’età dell’autore, a meno che questi non fornisca i propri dati volontariamente [...]. In rete poi, l’invisibilità può avere effetti disinibitori analoghi a quelli della vita reale, quando, ad esempio, al buio si è pronti ad abbandonare norme e vincoli sociali" (Wallace, pp.140-141).

Vari autori, inoltre, hanno indagato sulle differenze ascrivibili alla diversità di genere. Alcune ricerche hanno attribuito il comportamento del cyberbullismo maggiormente al sesso maschile (Wong et al., 2014). Tuttavia, all’interno della letteratura sono stati segnalati anche riscontri contrastanti; ad esempio, in uno studio canadese le ragazze sono risultate essere più coinvolte nel cyberbullismo (Pettalia et al., 2013), e ciò perché preferiscono vittimizzare indirettamente (Nelson, 2003). Altri ancora, invece, hanno registrato punteggi simili per entrambi i generi, per concludere poi che nella maggioranza dei casi, le ragazze sono  vittime (Cappadoccia et al. 2013, Sourander et al., 2010).

Ulteriori motivazioni del cyberbullismo possono includere omofobia, razzismo e vendetta. Gli adolescenti hanno riferito di darsi al cyberbullismo per ottenere soddisfazione e piacere dal ferire le loro vittime.

In un'ottica di prevenzione del bullismo e del cyberbullismo in adolescenza, risulta fondamentale l’intervento dell’educatore professionale, che dev'essere:

trasformativo. Un intervento non lascia le cose come stanno, si cerca di apportare dei cambiamenti, grandi o piccoli che siano. Naturalmente, essi non saranno mai casuali, ma mirati all’intervento stesso;

processuale. L’intervento non avviene all’istante, né può avere una durata indefinita. In quanto evento umano, esso può collocarsi soltanto in  un arco temporale predefinito e verificabile;

intenzionale. L’intervento è costituito da una serie di eventi, atti o operazioni di vario genere, finalizzati a conseguire dei risultati in qualche modo prestabiliti o comunque previsti;

professionalizzante. Significa avere un certo grado di preparazione oggettiva, vale a dire non limitarsi al semplice apprendimento o all'imitazione di qualche genere di formazione o auto-formazione, e soprattutto è fondamentale la costituzione di un'equipe specializzata in grado di affrontare determinati problemi. (Villanova M., 2006).

Risulta, dunque, importante adottare una comunicazione efficace, coerente ed autorevole e non autoritaristica e repressiva; aiutare il bambino ad esprimere le proprie emozioni; aiutare il bambino a riflettere; non inibire l’aggressività ma canalizzarla verso mete costruttive in senso culturale; dare regole chiare, precise e motivate.

Dal punto di vista delle attività di prevenzione e maturazione della personalità, attraverso il lavoro sulle emozioni, sia individuale che mediante l’utilizzo dei laboratori pedagogici, risultano molto utili le tecniche di problem solving o role playing (come l’esperienza di Teatro Pedagogico), alla scopo di facilitare il processo di empatizzazione, mentalizzazione e riduzione dei conflitti irrisolti.

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Manuale a uso dei bambini che hanno genitori difficili

Con molto humour Jeanne Van den Brouck, pseudonimo dietro il quale si nasconde una psicoanalista parigina, cerca tutte le situazioni familiari in cui possono incappare i bambini di ogni età, attraverso le quali essi devono costruire la propria personalità e “educare” i loro genitori difficili.

Un estratto:
In breve bisogna aiutare quanto più si può la maturazione dei genitori; in caso contrario saranno soltanto dei “grandi” sempre più decrepiti ma non diventeranno mai adulti. Sembra siano i figli adolescenti quelli che si accollano più volentieri questa parte del lavoro educativo. Si tratta essenzialmente di scuotere le strutture sclerotiche nelle quali i genitori tendono a rinchiudersi appena cessano di venir stimolati. Per permettere ai genitori di conservare l’agilità necessaria, il figlio diventa allora fonte di difficoltà permanenti a tutti i livelli: affettivo, morale, intellettuale, materiale. Il lavoro è enorme, spossante e impegna tutta l’energia del figlio. In molti casi si rivela anche deludente: spesso i genitori non si rendono conto degli sforzi compiuti per loro e non mostrano alcuna riconoscenza. A volte si ribellano, o reagiscono con atteggiamenti quasi paranoici. Soltanto i figli pronti a pagare di persona dovranno dunque intraprendere un lavoro tanto ingrato.

autore: Jeanne Van den Brouck (tradotto da A. Vittorini)

editore: Cortina Raffaello

Libri di Marcello Bernardi

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