Merenda monocromatica

Tema: giocare con i colori e guardare le cose da punti di vista differenti.

Attività: merenda monocromatica.

Età: qualsiasi. Attività da fare con tutta la famiglia, più si è, meglio è! Opera: L'Atelier rouge, olio su tela, 162 x 130 cm, 1911, MOMA, New York, Autore: H. Matisse.

Genitori Fatti ad Arte invita alla riflessione sul proprio ruolo genitoriale, proponendo l’utilizzo dell’arte e della creatività sempre in modi insoliti. Gli elementi dell’arte vengono impiegati in maniere non convenzionali e i loro significati sono solitamente stravolti e ricontestualizzati a seconda delle tematiche della genitorialità trattate.

 

 

Questa volta vorrei però tornare un po’ alle "origini", ai fondamenti dell’arte, proponendo qualcosa di un po’ più tradizionale, e giocare con leggerezza. Vorrei condividere una riflessione sull’elemento principe dell’arte (o per lo meno, uno degli elementi principali): il colore.

A prima vista, questo può sembrare slegato e lontano dai temi che caratterizzano la genitorialità, ma penso che i colori pervadano così tanto tutti gli aspetti della nostra vita (e soprattutto la vita dei bambini!), che sia utile ed interessante rifletterci in modo giocoso.

Propongo Lo studio rosso (L’Atelier rouge), famosissimo dipinto di Henri Matisse in cui il colore rosso caratterizza praticamente tutta la scena. La stanza nell’immagine finisce perfino con il perdere il suo carattere tridimensionale, acquisendo una piattezza spiazzante. Il rosso pervade l’immagine, la inonda fino a riempirla completamente, creando un effetto quasi surreale.

Tutta l’opera di Matisse è caratterizzata dai colori intensi e vibranti, dalle composizioni cromatiche accese e a volte perfino un po’ ‘violente’. Non a caso l’artista è considerato il precursore ed esponente più importante del gruppo dei Fauves (letteralmente ‘le belve’), chiamati così proprio per la forza e l’aggressività cromatica delle loro opere (in contrasto, all’epoca, con le tonalità più equilibrate e pacate della tradizione pittorica canonica).

I Fauves usavano i colori in maniera innovativa, a volte perfino surreale, per caricare di espressività le loro opere. Il colore era senza dubbio l’elemento fondamentale del loro lavoro ed assumeva significati nuovi ed inaspettati, caricando di forza emotiva le immagini.

Ci sono molti giochi con i colori che si possono fare insieme ai bambini. Riconoscere i colori è sicuramente una cosa molto importante, ma lo è soprattutto saper notare le sfumature: imparare ad affinare la capacità di vedere diverse nuance di colore, di essere consapevoli che esistano. Soprattutto, credo che sia fondamentale avere l’opportunità di riflettere e discuterne insieme, riconoscere il fatto che perfino cose apparentemente così oggettive e tangibili come i colori possono essere interpretate in maniera molto soggettiva: persone diverse possono percepire i colori in modi diversi.

Non mi riferisco solamente a differenze culturali ed ambientali (spesso ad esempio, i colori vengono chiamati con parole che rimandano ad elementi presenti in un contesto di vita particolare ed assumono connotazioni sociali e simboliche molto forti a seconda della cultura in cui ci si trova), ma anche a semplici differenze individuali. Non sto parlando di daltonismo o anomalie visive, ma mi riferisco alla personale esperienza e percezione che ognuno ha dei colori. Capita spesso per esempio, in casa mia, che quello che il mio compagno definisce viola a me sembri nient’altro che marrone.

Giocando con i colori si possono inventare nuovi nomi (un celebre esempio è il famoso International Blue Klein, di cui magari parleremo in un futuro articolo…), si possono usare questi nuovi nomi per creare delle poesie o si possono inventare storie (vi consiglio vivamente il libro di Leo Lionni, Piccolo blu e piccolo giallo- una vera e propria poesia visiva - o anche le variopinte versioni di Cappuccetto Rosso di Bruno Munari).

I bambini sono maestri in questo tipo di giochi e sicuramente sapranno suggerire mille altre possibilità! Quello che vi invito a fare è una merenda monocromatica. L’idea è presa in prestito da Beba Restelli, amica e collaboratrice per molti anni di Bruno Munari. Organizzare una merenda monocolore sembra una sciocchezza, ma ha un impatto visivo ed emotivo fortissimo, su bambini ed adulti. Magari vi sentite particolarmente audaci e volete provare ad organizzare perfino un intero pasto monocolore! Può essere una sfida interessante riuscire a trovare tutti gli ingredienti.

Le regole sono semplici: scegliete un colore e cercate di trovare e creare più cose da mangiare possibili di quel colore. Apparecchiate la tavola con una tovaglia dello stesso colore, usate piatti, bicchieri, posate e tovaglioli di quel colore. Vi accorgerete presto che con alcuni colori l’impresa è più semplice che con altri, ma la cosa interessante sarà scoprire insieme ai vostri bambini (che devono assolutamente essere coinvolti nel gioco fin dall’inizio ed aiutarvi a pianificare la merenda, scegliere gli ingredienti e perfino creare le cose da mangiare…) che esiste una moltitudine di rossi, una miriade di gialli, un’infinità di verdi e blu diversi… Come ho già detto, le possibilità di gioco e di discussione sono infinite - senza parlare dei possibili itinerari - quando si inizia a giocare in modo sinestetico incrociando diversi sensi! E' più ruvido il blu o il verde? Che suono fa il giallo? Di che colore è il mercoledì? Potrei continuare all’infinito, ma forse è meglio rimandare questo tipo di gioco ad un altro articolo. Per il momento, buona merenda!

 

Consigli di approfondimento


Libri:
Leo Lionni, "Piccolo blu e piccolo giallo", Ed. Babalibri

Bruno Munari, "Cappuccetto Rosso, Verde, Giallo, Blu e Bianco", Ed. Einaudi

Beba Restelli, "Giocare con tatto. Per una educazione plurisensoriale secondo il metodo Bruno Munari", Ed. Franco Angeli Editore


Siti web:

Laboratorio di Beba Barestelli:  http://www.laboratoriobebarestelli.it/

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Le emozioni dei bambini

"Comprendere le emozioni dei bambini significa aiutarli a crescere felici. Traendo spunti ed esempi dal vivere quotidiano Isabelle Filliozat, psicopterapeuta di fama, aiuta a capire il significato di tanti comportamenti e a trovare le parole e i modi per risolver le situazioni che appaiono più difficili.

L'autrice non dà soluzione preconfezionate, ma analizza i problemi di tutti i giorni, che lei stessa mamma, di due bimbi di 2 e 4 anni all'epoca della stesura del libro, ha provato e soprattutto non trascende da quello che sono i genitori. Per capire il bambino che abbiamo davanti occorre ascoltare il bambino che siamo stati. Le emozioni dei nostri bambini allora hanno radici profonde, quello che non sopportiamo in loro tocca le corde più intime del nostro essere.

Oltre ad esaminare sotto nuovi aspetti le problematiche più comuni dei bambini e ad offrire spunti di riflessione, Filliozat descrive quali sono le emozioni più diffuse del vivere quotidiano per aiutare a cogliere quanto c'è di gioioso in ogni attimo della vita con i figli.

Questo libro potrebbe a prima vista rientrare nel filone dell'intelligenza emotiva introdotta da Goleman (Daniel Goleman, L'Intelligenza emotiva, ed. Rizzoli, 1996), ma a mio avviso ha qualcosa in più. Oltre a "partire dal basso", nel senso che si cala nei panni della mamma e del papà, è più vicino alla nostra sensibilità europea, a cui sta stretta il libro-manuale. L'autrice cita in bibliografia Alice Miller, la psicoterapeuta zurighese che ha descritto e documentato la sofferenza inespressa dei bambini e la difficoltà dei loro genitori a essere disponibili a capirla.

Questo libro si può non amare, si può non condividere in parte o del tutto, ma sicuramente colpisce il genitore che lo legge e, oserei dire, nella maggior parte dei casi fa scaturire delle emozioni che si credevano sepolte. Nel mio caso ha rivoluzionato il mio modo di essere madre."

autrice: Isabelle Filliozat

editore: Pickwick

TANDEM, due storie che viaggiano insieme

Si dice spesso che il piacere di leggere cresce leggendo. All'inizio però non sempre le cose sono facili per i piccoli lettori alle prime armi. Diventa quindi fondamentale aiutare i bambini a non spaventarsi davanti ad un libro facendo in modo che invece ne siano attratti sentendo il desiderio di toccarlo, sfogliarlo, leggerlo. Impareranno così che i libri sono contenitori di emozioni che aiutano a fantasticare e noi saremo riusciti a trasmettere il desiderio e il piacere della lettura.

Leggi tutto...

Bianco su nero

Note di Copertina

Mosca, 20 settembre 1968. Nell'esclusiva clinica del Cremlino riservata alla nomenclatura sovietica nascono due gemelli: il primo muore quasi subito, il secondo, Rubén, si rivela affetto da paralisi cerebrale: le facoltà intellettuali sono intatte, ma non può muovere gli arti, salvo due dita.

Dopo poco più di un anno Rubén sarà separato dalla madre (che, figlia del segretario del Partito comunista spagnolo in esilio, è stata mandata dal padre in Russia a trascorrere un periodo di "rieducazione" e lì si è innamorata di uno studente venezuelano) e rinchiuso negli speciali orfanotrofi in cui vengono isolati, e sottratti allo sguardo, quelli come lui, considerati impresentabili da una società che esalta il mito dell'uomo nuovo e dichiara di muoversi verso un radioso futuro.

Solo all'inizio degli anni Novanta Rubén riuscirà a fuggire dal suo Gulag personale e, ritrovata la madre, comincerà a raccontare la sua storia, rivelandosi scrittore vero. Perché quello che colpisce in questo libro, e si imprime nella memoria del lettore, non è tanto la cronaca di un'infanzia e di un'adolescenza trascorse all'interno di un sistema feroce, dove in nome dell'ideologia si perpetrano vessazioni quotidiane, ma la voce che trasforma l'orrore in narrazione, e lo sguardo che questo stesso orrore trasforma in immagini a volte commoventi, altre volte grottesche, altre ancora di corrosiva comicità, ma sempre potentemente tratteggiate, come lo sono del resto tutti i personaggi che attraversano la vita di Ruben: la studentessa spagnola che balla per lui senza musica in una stanza d'ospedale; il cane randagio monco di una zampa che i bambini adottano; le inservienti e le insegnanti, potenti deità femminili raramente benevole e più spesso minacciose; il ragazzo Sasa che si trascina nella neve fino all'aula per rivendicare il suo diritto a studiare; e Sergej, il ragazzo senza gambe che si allena per mesi allo scopo di poter fare a pugni con uno che le gambe le ha tutt\'e due...

Sono un ritardato. Non è un nomignolo offensivo, è semplicemente un dato di fatto. Ho un livello intellettuale troppo basso per un'esistenza autonoma, per una forma pur elementare di sopravvivenza. So fin da piccolo che il ritardo mentale può essere compensato o non compensato. Il ritardo compensato è quello per cui si ha una carenza intellettuale che ti permette comunque di vivere nella società senza dover contare sull'aiuto altrui. L'esempio standard di ritardo compensato è solitamente quello di individui con disturbi mentali che, grazie agli sforzi di dottori e pedagoghi, riescono a imparare un mestiere, magari quello di imbianchino o portinaio. Quanto a me, i pedagoghi mi hanno insegnato a risolvere equazioni complesse, i dottori mi hanno diligentemente rimpinzato di medicine e ingessato con grande zelo, ma i loro sforzi sono risultati vani. A tutt'oggi non sono in grado di sollevare un pennello da imbianchino.

autore: Rubén Gallego (traduzione di Elena Gori Corti)

editore: Adelphi