Il fenomeno degli Hikikomori in Italia

La parola “hikikomori” significa in giapponese “stare in disparte” e indica quella sindrome nata in tempi recenti proprio nella nazione nipponica e che colpisce lì ormai più di 500 mila adolescenti prevalentemente maschi. Si tratta di un vero e proprio “ritiro sociale”: questi ragazzi si isolano dalla realtà e dalle relazioni interpersonali esterne chiudendosi nella propria camera, spesso invertendo il ritmo circadiano del sonno-veglia e abbandonando la scuola o il lavoro.

 

In Italia è stato calcolato che circa cento-centoventimila ragazzi hanno tendenza al ritiro sociale che si concentra soprattutto nel biennio della scuola secondaria superiore in coincidenza del maggior drop out scolastico. Esistono però anche diversi casi che si situano nella fascia dei maggiorenni che hanno passato l’esame di maturità e nella fascia dei giovani adulti fino ai 29 anni.

 

Questo ritiro ha diversi livelli di gravità, ma possiamo dire che si esprime attraverso un graduale abbandono degli studi e di tutte le attività sportive o musicali (si saltano le lezioni accampando disturbi fisici di varia entità) e una volontaria autoreclusione domestica.

In genere avviene in seguito ad un “fattore precipitante” che può essere un atto di bullismo o un insuccesso scolastico per cui il soggetto si percepisce inadeguato allo sguardo dei propri coetanei. Si tratta in generale di ragazzi con un buon QI, molto sensibili, che utilizzano abilmente le nuove tecnologie, soprattutto videogiochi e varie piattaforme informatiche. Attraverso i giochi online hanno accesso al sapere e creano le loro uniche relazioni interpersonali usando nickname nelle chat con chi partecipa al loro stesso mondo virtuale. Non entrano nei social come Facebook o Instagram. Molti pensano che Internet sia la causa di questo fenomeno, niente di più sbagliato. In realtà il virtuale svolge una funzione simile a quella che nell’infanzia è attribuita all’amico immaginario, serve a lenire una sofferenza che ha la sua origine in una crisi evolutiva determinata da un profondo cambiamento sociale. “È una forma estrema di protesta sociale, un grido di dolore, che nasce dal non sentirsi adeguati ai propri coetanei, incompresi a scuola, schiacciati dalla competizione".

Per comprendere questa patologia occorre inquadrarla nel contesto di crescita dei ragazzi di oggi, educati sin da piccoli all’interno di una famiglia affettiva e non più normativa, dove ciò che conta di più è l’espressione del sé. Li educhiamo narcisisti e intrinsecamente fragili. Il bambino viene abituato già ad 8-10 anni a relazioni senza legami corporei coi genitori, con una madre lontana che realizza un contatto con lui attraverso il cellulare, praticamente un “cordone ombelicale virtuale” che consente alla mamma di governare tutto a distanza. Si è distanti, ma mai soli, lo scopo principale è quello di non lasciare mai solo il proprio figlio, la socializzazione è un must. Nessuno è contento che il proprio figlio giochi da solo, gli viene insegnato che l’amicizia è importante e tutti sono angosciati se lui dovesse essere escluso dal gioco degli altri.

I bambini sin da piccolissimi vengono abituati agli schermi, (d’altra parte viviamo in una società dell’immagine!) e quindi sono ripresi ovunque, fotografati e magari postati sui social. Non c’è più confine tra ciò che è pubblico e ciò che è privato e intimo. Non esiste più “la comunità educante”, si ha paura di far uscire i ragazzi, i cortili dove si andava a giocare si sono estinti. Silvia Vegetti Finzi ha ben sottolineato il fenomeno quando ha detto: “Cominciamo ad educare ragazzi senza le ginocchia sbucciate”. Questo significa che arrivati alle soglie dell’adolescenza sempre più giovani si sentono inadeguati, in conflitto tra le aspettative ideali dell’infanzia e la realtà. Brutti, impopolari (“sfigati”) agli occhi dei loro coetanei, essi possono aggredire il sé (sostanze stupefacenti, self-cutting) o ritirarsi dal contesto sociale perché è l'unica salvezza da un mondo esterno che li fa soffrire.

Cosa possiamo fare? Rivolgerci agli psicoterapeuti che attueranno una strategia di presa in carico dell’adolescente ritirato che parte dal ristretto ambiente in cui vive (home visiting), dalla sua vita virtuale (favorire l’incontro in carne ed ossa tra gli amici della rete), coinvolgendo i genitori e tutte quelle figure educative all’interno del contesto familiare che possano svolgere un ruolo attivo. Con pazienza bisogna avvicinarlo senza creargli ulteriori traumi.

Dati presi dal Webinar organizzato l’11 aprile 2018 dall’Ordine degli Psicologi della Lombardia.

Relatore: Matteo Lancini, psicoterapeuta che da anni cura gli hikikomori italiani, presidente della Fondazione Minotauro.

Testi di riferimento:

  • Adolescenti navigati. Come sostenere la crescita dei nativi digitali
    Abbiamo bisogno di genitori autorevoli. Aiutare gli adolescenti a diventare adulti.
    "Hikkomori Italia" è la prima associazione nazionale d'informazione e supporto sul tema dell'isolamento sociale volontario (hikikomori) http://www.hikikomoriitalia.it/
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La forza d'animo

Argomento del libro è la "resilienza", intesa come capacità di fronteggiare e ricostruire; tale capacità è in gran parte scritta nel nostro patrimonio genetico, ma può anche svilupparsi nel corso dell'esistenza, rafforzarsi o indebolirsi a seconda delle esperienze che si vivono, soprattutto negli anni infantili, nel proprio ambiente, a contatto con le proprie figure di attaccamento o in loro assenza. La formazione di un legame di attaccamento saldo nella prima infanzia è alla base della fiducia in se stessi e dell'autostima. 

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Il Segreto dei Bambini Felici

“Perché tanti adulti sono infelici? Pensate a tutte le persone che conoscete, che hanno problemi come la mancanza di fiducia in se stesse, oppure l’incapacità di prendere decisioni, o di rilassarsi, o di fare amicizia. D’altronde spesso si rimane colpiti dall’allegria e dall’ottimismo che alcune persone dimostrano costantemente. Per quale ragione, dunque, alcuni individui sono più sereni e più equilibrati di altri, nonostante le avversità?

Semplicemente, l’infelicità di molte persone deriva da un condizionamento. Durante l’infanzia, queste persone sono state inconsapevolmente condizionate all’infelicità e durante l’età adulta si sono comportate di conseguenza. Leggendo questo libro scoprirete forse che, senza volerlo, state ipnotizzando i vostri figli in maniera tale da indurli a disprezzare se stessi e state creando così, in loro, molti problemi che forse li affliggeranno per tutta la vita. Nondimeno ciò non è affatto inevitabile. Potete insegnare ai vostri figli ad essere ottimisti, affettuosi, valenti, felici e ad avere la possibilità di condurre una vita lunga e prospera.”

Un manuale che darà ai genitori più fiducia in se stessi, rendendoli più forti, più capaci di amare, più rilassati e... più felici.

autore: Steve Biddulph - Illustrazioni A. Stomann

editore: Tea Libri

L'avventura di crescere - una guida per i genitori di oggi

Dal risvolto di copertina:
"L'avventura di crescere, un libro che descrive lo sviluppo infantile a partire dalla nascita attraverso le tappe fondamentali: la scoperta del mondo, la conquista, gli altri, la famiglia, la scuola, l'adolescenza, l'appetito, il sonno, la paura, la violenza, la censura, la religione, il danaro, lo sport ...
Con la sensibilità di chi ha trascorso molto tempo a fianco dei genitori e dei bambini, Bernardi ci aiuta ad affrontare con responsabilità e coerenza, ma soprattutto con elasticità e apertura, tutte le tappe della crescita, ricordando che insieme al bambino anche il genitore cresce.
Un libro generoso e attento, scritto da un medico autorevole, amico dei genitori, fermamente convinto che alle sfide di oggi si possa rispondere puntando sull'educazione, la tolleranza e l'indipendenza del pensiero, rifiutando la violenza e il consumismo, fino alla difficile conquista della libertà".

Un libro di facile lettura, da leggere un pezzo alla volta a seconda delle necessità, o tutto di un fiato (ma sono quasi 500 pagine!). Scritto in un linguaggio accessibile a tutti, molto pratico, rassicurante e anche divertente.
Perchè crescere è una grande avventura, non solo per il bambino, ma anche per il genitore che attraversa con lui territori inesplorati.

Un brano tratto dal libro, sul "valore dell'ostacolo"

La "guerra di indipendenza" del bambino non ha soste. Egli si impegna di continuo a fare da sé, nel mangiare, nel vestirsi e nello spogliarsi, nell'igiene della persona, e non perde occasione per dimostrare che non ha più bisogno di nessuno. Qualche volta, anzi molto spesso, va oltre i limiti dell'opportunità e della prudenza. Allora scattano i provvedimenti restrittivi, le limitazioni, i divieti, gli impedimenti posti dai genitori, e lui, il bambino, può andare su tutte le furie e abbandonarsi a quella serie di reazioni esplosive che abbiamo visto prima. Direi che non è un male, se i genitori ce la fanno a mantenere la calma. Le proibizioni, le frustrazioni in generale, oltre alla tutela dell'integrità personale del bambino, hanno una doppia specifica funzione: quella di fornire al bambino l\'esperienza di un ostacolo cui far fronte, e quella di fargli capire che si può anche perdere una battaglia senza per questo rinunciare alla guerra. Mi direte che all'età di due anni queste cose non si possono imparare. Certo, non impararle nel senso che diamo noi a questa parola, ma si possono "sentire" e accumulare dentro di sè come preziosa esperienza. Un ragazzino che le abbia sempre tutte vinte, che non trovi mai nessuno che gli dica di no, che viva tra persone terrorizzate dalla possibilità della sua protesta, probabilmente crescerà con una personalità piuttosto fragile e disarmata. A combattere si impara presto, o non si impara mai.

Tuttavia, in questo come in ogni altro campo, conviene stare molto attenti a non esagerare. Ho detto che le frustrazioni e le proibizioni, fra l'altro spesso inevitabili, costituiscono un'utile esperienza, ma se un ragazzino subisce decine di proibizioni al giorno, se si sente dire di non fare questo e quello ogni volta che si muove, se è costantemente bersagliato da una pioggia di "no", allora delle due l'una: o si rassegna a subire tutto, a rinunciare a tutto, a sottomettersi a tutto, e andrà incontro a una vita grama di gregario, di suddito, di servo o di padrone e di "caporale", che è la stessa cosa; oppure deciderà che i divieti non hanno alcun valore e rappresentano soltanto una fastidiosa e molesta intrusione, in presenza della quale è meglio far finta di niente e comportarsi da ciechi e sordi.

Occorre dunque, da parte dei genitori, un adamantino autocontrollo. Occorre dare delle proibizioni soltanto quando servono davvero, quindi molto di rado, e occorre che le proibizioni siano sensate e coerenti. E comunque civili e rispettose. Solo in questo caso sono utili. Solo in questo caso aiutano il bambino a crescere come uomo e non, diceva Totò, come caporale.

A conclusione di questo capitoletto, potremmo dire che nel secondo anno di vita del bambino il suo mestiere è quello di dire di no il più spesso possibile, il mestiere dei genitori è quello di dire di no il meno possibile. Paradosso? Non tanto. La parola NO, come si è detto e ripetuto, è per il bambino affermazione di se stesso e della propria indipendenza. Ma non è solo questo. È anche resistere alle pressioni e alle seduzioni dell'ambiente, del costume e della moda, è anche coraggio di mettere in discussione il potere, è anche capacità di scorgere una "seconda dimensione" delle cose e quindi un passo avanti per conquistare una seconda dimensione di se stesso. È un\'avanzata trionfale verso il consolidamento della propria dignità di uomo. Speriamo che il nostro piccolo combattente conservi dentro di sè per sempre la facoltà di dire di no. Certo, nel futuro sarà un "no" diverso da quello che scaglia ora contro i genitori, sarà un "no culturale", un "no" all'ingiustizia, alla sopraffazione e all'egoismo. Non sarà più soltanto opposizione e provocazione, sarà spirito di civiltà e libertà.

autore: Marcello Bernardi

editore: Fabbri Editore