Gite scolastiche

Ci risiamo: maggio, il mese delle gite scolastiche. Che siano a pochi chilometri da casa o addirittura all'estero, i bambini e i ragazzi affrontano la gita con l'animo che ogni adulto dovrebbe ricordare. 

Nella scuola di mio figlio, la gita coincide con un imbarazzante momento di verifica economica delle famiglie: vivo in una borgata con poche risorse dove la gran parte delle famiglie vive con altrettanta scarsità di risorse. Così, l'agognata gita a 50 km dalla capitale diventa un desolante spartiacque fra chi può e chi non può, un mortificante imbuto in cui, una dopo l'altra, si ritrovano compresse tante piccole miserie quotidiane: la merenda economica (quando c'è), lo zaino rimediato, le scarpe ereditate dalla sorella maggiore, troppo sfruttate però, e perfino troppo strette ormai.

Ci siamo ritrovati, questa volta, a confermare la gita lasciando fuori tre bambine, tutte romene. Due mamme, d'altronde, erano state chiare fin dall'inizio: non lavoriamo, niente soldi. L'altra aveva prontamente trovato una giustificazione dignitosa: il papà non vuole. Sono salita in classe per portare la copia del versamento per il pullman appena effettuato e se non fossi stata abbastanza consapevole della bruttura dei fatti, a quel punto non avrei avuto più alcun dubbio: una delle bimbe ‘indigenti' mi guardava con gli occhi grandi e chiari, le sopracciglia appena corrucciate, mentre la maestra diceva "Lei è una delle tre che non può venire". Ed io, da adulta, da madre, mi sono sentita sprofondare per la mia miseria, per non essere stata capace di sensibilizzare le altri madri che forse potevano aiutare, per non essere riuscita a racimolare 36 euro così che andassero tutti in gita. E pace. 

Repentine le maestre a confermare il numero dei bambini: "Signora, che possiamo fare? Se non vi organizzate voi genitori, noi non possiamo fare nulla!". "E non pagare nulla, tu, che poi diventa un'abitudine!" - mi è stato altrettanto prontamente consigliato da chi i figli ce li ha già in quinta elementare. Niente fondi, niente di niente dalla scuola? - avevo chiesto. Niente di niente, mi era stato risposto. Mi sono sentita sconfitta come persona, come adulto credibile agli occhi di mio figlio, mi sono scontrata con un muro di diffidenza ed altrettanta miseria, neppure troppo nascosta, quella di chi ti dice: "E a noi… chi ci aiuta? A casa lavora solo mio marito e pure saltuariamente".

E anche la mia amica Stefania, separata, senza assegno di mantenimento perché l'ex marito non lavora, fa una gran fatica. Quale lista dei bambini indigenti potrà mai stilare la scuola? Per merito, ci finirebbe mezza classe di mio figlio e forse anche di più. Sono situazioni, queste, che mettono a nudo realtà che ci neghiamo, che si scontrano con il manto di benessere che le indagini annuali stendono sulla nostra esistenza, che lasciano campo libero alla meschinità più vile, alla "guerra dei poveri", perfino al razzismo. Che dietro la bugia del principio, nasconde un'inquietante assenza di solidarietà perfino nei confronti di un bambino.

So bene che non è una realtà confinata alle borgate, ma che sempre più diffusamente vi sono ovunque situazioni di disagio anche maggiore, dove la cosiddetta scuola dell'obbligo diventa palcoscenico di discriminazioni e mortificazioni. La riforma della scuola, allora, sembra più che mai cadere nel ridicolo, sempre che qualcuno qui in borgata ne abbia capito i contenuti, intenti come si è a fare i conti con una realtà così avvilente. 

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