Madre si nasce? Io no

Quand’ero piccola non ho mai giocato a "mammaefiglia", non ho mai spinto improvvisate carrozzine nel cortile dove giocavo. In realtà, non ci ho pensato neanche da adolescente, mi vedevo compagna, lavoratrice, attorniata da tanti amici.

 



Ad un figlio, no, non avevo mai pensato. Non mi reputavo neanche egoista, come la società vorrebbe farti credere, semplicemente non ne avevo voglia.

 

La verità? Era una cosa troppo grande anche da pensare, assieme alla paura che la mia vita cambiasse in un modo che forse non volevo.

Un figlio! Un figlio è la tua vita! Ma la frase, ripetuta ciclicamente da chi avevo intorno, non aveva il potere di incuriosirmi, bensì di terrorizzarmi. Con calma, dopo qualche anno di matrimonio, ho cominciato ad avvisare quella vaga sensazione di incompletezza che pare sia l’avvio delle pratiche per reclamare un figlio. Che non arrivava, invece, a dispetto di tutte le volte che in passato avevo incrociato le dita per scampare il pericolo.

Quando sono rimasta incinta, ricordo la sensazione di puro panico che mi pervase dalla testa ai piedi e dietro, un fiume di domande: Ed ora che faccio? Cosa accadrà? Come cambierò io e come cambierà la coppia? I nove mesi di gravidanza, peraltro splendidi, sembravano finalizzati a se stessi, non riuscivo ancora ad inquadrare l’evento in tutta la sua interezza. I corsi sono in realtà dei palliativi per tentare di sedare l’ansia che divora la gran parte delle future mamme. Partecipavo a tutte le sedute, tornavo a casa mediamente tranquilla e fiduciosa. Organizzavo il corredino, sistemavo la cameretta.

Quando Davide nacque, mi resi conto che tutti i tecnicismi, tutta l’assiduità nella frequentazione del corso non erano serviti a molto. Non è vero che una donna "sa" che cosa vuole il proprio figlio, è una leggenda che dovrebbe tranquillizzare ed invece scatena nervosismo davanti all’evidenza di non sapere cosa fare. I nove mesi aprono parti sconosciute del cuore di una donna, la mutano e per sempre, ma non consegnano chiavi per arrivare subito al proprio bambino. Passavo intere giornate a tentare di decifrare un pianto, una smorfia, un agitarsi di braccine. Il papà era al lavoro, la solitudine mi sembrava ancora più pesante. Da donna pratica quale mi reputavo fino ad allora, mi scoprii un condensato di inadeguatezza.

La svolta fu nel rendermene conto, senza scivolare nella depressione: guardavo mia madre muoversi nei meandri neonatali con una dimestichezza quasi ancestrale. Non mi sentivo frustrata per questo, né in competizione: ero pur sempre ancora una figlia ed in quanto tale pronta ad accogliere un consiglio. Dirò di più: in quello scambio con mia madre ho provato una serie di sentimenti non facili da spiegare, da figlia cominciavo a comprendere mia madre, a guardarla con occhi diversi, il nostro stesso rapporto stava cambiando.

È vero, c’è sempre un modo migliore per cambiare un pannolino e si può capire se il gorgoglio che nasce da quell’esserino stia a significare un imminente rigurgito… ma questi sono gli aspetti pratici della questione.


Mi resi conto, ben presto, che Davide ed io avevamo un codice di comunicazione personale, unico. Quando si addormentava sul mio seno, respiravo a fondo l’odore della sua pelle, come fossi un animale. Si acquietava lui, mi acquietavo io. Sprofondavo in uno stato di grazia unico ed irripetibile, era come trovarsi al centro del mondo e non aver bisogno di altro. Avevo le risposte a tutte le domande che non mi ero mai deliberatamente posta. Era l’odore che mi legava a lui e che credo l’abbia fatto per sempre. Ancora oggi, capita che mi alzi di notte, con la scusa di rimboccargli le coperte… lascio cadere un bacio sulla sua fronte e lo annuso, ritrovo la strada per raggiungerlo.

Ora posso dirlo, e non ho più paura: questo figlio è davvero la mia vita.

Pin It
Accedi per commentare

Mi hanno ucciso le fiabe. Come spiegare la guerra e il terrorismo ai nostri figli.

Durante l'osservazione del comportamento di alcuni bambini del suo Centro giochi di Masal, l'autrice - nota psicoterapeuta, rimane impressionata dalla seguente conversazione: "Secondo me dovrebbero dare il permesso agli americani di usare la bomba atomica così ne sganciano una su Bagdad ed è finita la guerra". Un'altro bambino risponde "Io penso che sia sbagliato perchè se butti una bomba atomica su Bagdad uccidi tutta la gente e poi anche...come si chiama..Aladino. Così uccidono tutte le nostre fiabe e non ci sono più fiabe". Dialogo surreale che mette in evidenza un problema molto serio: guerre, massacri di innocenti, armi chimiche, attacchi kamikaze ed eventi naturali incontrollabili: le notizie dei disastri colpiscono grandi e piccini e nessun mass media riserva spazi a loro adeguati per aiutarli ad impadronirsi della realtà.

In questo libro Masal Pas Bagdadi ha intervistato bambini e fermato i loro pensieri e le loro emozioni ma soprattutto ci insegna a stare loro vicini, a rassicurarli e a decodificare le loro paure sui grandi temi della guerra e della distruzione. Ci dice come dirglielo e cosa dirgli, cosa fargli sapere e cosa non fargli vedere, ci mette in guardia contro le difficoltà che si possono incontrare e ci suggerisce come affrontarle.

Un libro per entrare in sintonia con i propri figli, per comprendere i loro ragionamenti e percepire le realtà che possono provvedere al loro fondamentale bisogno di sicurezza.

autore: Masal Pas Bagdadi

editore: Franco Angeli

 

Narciso innamorato. La fine dell'amore romantico nelle relazioni tra adolescenti

“La realizzazione del proprio Sé”. E’ questo l’obiettivo principale dei genitori di oggi, formare cioè dei figli consapevoli delle proprie capacità, dei propri desideri, fornendo stimoli per una loro crescita felice, autonoma, ricca di relazioni sociali, contatti ed esperienze diverse.

 

Leggi tutto...

L’arte di essere normale

L’arte di essere normale, romanzo pluripremiato d’esordio dell’autrice inglese Lisa Williamson, tradotto in 9 lingue, ha dato avvio a un importante dibattito su tematiche LGBT, trattando la storia di un adolescente transgender. 

Lisa Williamson ha lavorato a lungo in un centro di supporto a ragazzi adolescenti nell’ambito dell’identità di genere e ha riportato la sua esperienza personale in questo racconto.

Narrato con estrema semplicità dello stile, ironia e leggerezza, è senza ombra di dubbio una storia forte, su un adolescente transgender in conflitto con la sua identità.

Leggi tutto...