Estela Carlotto e le Abuelas

In Argentina, il 24 marzo del 1976 un colpo di stato delle Forze Armate mise fine al governo costituzionale ed impose una politica di terrore, con la sospensione illegittima dei diritti civili, sociali e individuali del popolo argentino. Risultato di anni di quello che è stato definito "terrorismo di stato" fu la scomparsa di migliaia di oppositori politici, cui fu riservato il terribile destino della "desapareccion" o la prigionia senza processo in uno dei 365 campi di detenzione clandestina individuati.


La metodologia del terrore fu applicata senza pietà anche ai bambini: alcuni rapiti insieme ai genitori, altri nati nei campi calndestini da detenute che erano in stato di gravidanza al momento della "llevada". Bambini come merce, che si rivelò preziosa per più scopi: innanzitutto quello di aumentare il terrore, smorzando all'origine qualsiasi iniziativa di opposizione. Con l'effetto secondario ma non irrilevante di disporre di bambini sani, bianchi, appena nati, di aspetto adeguato agli standard americani ed europei, da mercanteggiare negli ambienti delle adozioni clandestine.

Poiché i tribunali argentini - appellandosi a cavilli e problemi di reperibilità delle informazioni a distanza di anni - hanno emesso sentenze di sottrazione di minore solo in pochissimi casi (meno di dieci, sui circa 600 documentati), la ricerca dei minori sottratti è diventata l'obiettivo di un'associazione di nonne, le "Abuelas" che si sono fatte carico di rappresentare la sete di giustizia della società civile, impegnandosi nella documentazione e nella ricerca di prove di fronte alla latitanza dei governi democratici e degli ambienti giudiziari.

Gli sforzi delle Abuelas, capitanate da Estela Carlotto, hanno dimostrato l'esistenza di centinaia di casi di minori sequestrati con i loro genitori, o nati in prigionia, privati del loro diritto ad avere una storia e un'identità, privati dei loro genitori uccisi e strappati al resto delle loro famiglie. Trattati come bottino di guerra, destinati in alcuni casi a "diventare" figli legittimi di membri delle forze armate, oppure abbandonati, venduti, lasciati in istituti come N.N.. Per localizzare queste vittime non riconosciute della dittatura, le Abuelas lavorano su quattro livelli: denunce alle autorità competenti, partecipazione ai processi come parte civile, sensibilizzazione dell'opinione pubblica sui casi e sulle cause in corso per tentare di ottenere la difficilissima collaborazione di testimoni, e investigazioni dirette.

I minori ritrovati sono 77: di alcuni di loro, delle loro identità spezzate e dell'inevitabile conflitto tra l'amore per la famiglia e la scoperta delle origini, l'associazione si occupa con assistenza psicologica e legale. Alcuni di loro si sono riuniti in associazione, si chiamano "Hijos", e sono considerati molto pericolosi (e pertanto obiettivo preferenziale dei manganelli della polizia argentina) per la loro consuetudine di manifestare con il metodo dell' "escrache", che in spagnolo vuol dire "evidenziatore": individuano le case dei torturatori e degli assassini e fanno una grande pubblicità, a volte una manifestazione, costringendo magari queste persone a cambiare casa. Questa forma di protesta viene sempre più colpita dalla polizia, perché i Hijos– a differenza delle Madres e delle Abuelas - sono giovani, sognano, hanno energie, mezzi e memoria, fanno paura.

Non ci può essere riconciliazione senza giustizia, e l'Argentina ancora non ha iniziato il percorso lungo e difficile della giustizia. La battaglia delle Abuelas, delle Madres e dei Hijos si scontra contro il desiderio di una parte della società argentina di rimuovere e dimenticare. Se oggi la gente torna in piazza a manifestare è grazie all'esempio delle madri e delle nonne, perché in Argentina la gente era rimasta così terrorizzata, che non c'è stato mai, per esempio, un tentativo di vendetta nei confronti dei militari, dei torturatori, che girano impunemente nelle strade e occupano anche posizioni di rilievo (come il governatore della provincia di Tucuman, il piemontese Bussi di cui è tristemente noto il passato antidemocratico, e che è stato democraticamente eletto). 

E questo è molto indicativo. La società argentina era penetrata dal dolore, e in parte lo è ancora. Per questo l'azione delle tre associazioni è importante, perché è un esempio concreto di come si possa tentare di uscire dall'ingiustizia.

Per saperne di più:

Il sito dell'associazione "Abuelas de Plaza de Mayo" (anche in italiano)
http://www.abuelas.org.ar/ 

Il sito dell'associazione "Madres de Plaza de Mayo"
http://www.madres.org 

Il sito dell'associazione "Hijos"
http://www.hijoslucha.netfirms.com/ 

Il sito della Comision Nacional por el Derecho a la Identidad
http://www.conadi.jus.gov.ar 

Un romanzo/cronaca sulla desapareccion, sulle Abuelas, sulle Madres e sui Hijos, scritto dal nipote italiano di Estela Carlotto:
"Le Irregolari" di Massimo Carlotto, Edizioni e/o, 1999
Recensione del libro Le irregolari 

Cito anche due film di Marco Bechis, nato a Santiago del Cile nel 1957, da madre cilena di origine svizzero-francese e da padre italiano. Cresciuto a San Paolo e a Buenos Aires, il 17 aprile 1977, a vent'anni, viene sequestrato e detenuto per quattro mesi dai torturatori argentini nel famigerato carcere clandestino chiamato Club Atletico. E' stato poi espulso dall'Argentina per motivi politici ed è approdato a Milano.

„Garage Olimpo"
Recensione del film Garage Olimpo

„Hijos"
Recensione del film Hijos

E per ultimo uno spettacolo teatrale di Assemblea Teatro tratto da "Le Irregolari" di Carlotto.
La poesia finale, "Hercules", durissima e straziante, merita di essere letta, qui:
Poesia Hercules

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Veronica Viganò, ex "manager ninja", e ora blogger e consulente di comunicazione è una mia amica. Virtuale finché volete ma mia amica.

Ci siamo conosciute via web 7 anni fa, e credo parlate al telefono solo una volta, quando a Radio24, insieme a Iolanda Restano, ha recensito il mio libro  "Mammina Vecchia fa buon brodo”.  Ho capito che tra noi c’era feeling dal modo in cui ha commentato alcuni capitoli: si avvertiva che avevamo lo stesso sentire, la stessa visione della maternità e del nostro essere donne. Per anni ci siamo incrociate sui social, mettendo “mi piace” ai rispettivi post: soprattutto quando si parlava di “mammitudine” e tematiche relative al lavoro. Così, quando qualche mese fa è uscito il suo libro “Senza biglietto da visita”  l’ho subito ordinato, letto tutto d’un fiato e capito che era giunto il momento di ricambiare il favore.

 

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