Attesa

Un’amica mi ha chiesto di scrivere per raccontare la mia attesa. Mi sono domandata cosa potessi scrivere e a chi mai potesse interessare ciò che scriverò, ma ora, all’una di notte di una notte come altre, insonne come altre negli ultimi tempi, provo a raccontare cosa significhi aspettare un figlio che è già figlio.

Si sa, chi aspetta che un figlio nasca dal proprio ventre deve attendere nove mesi. Non so cosa significhi, ma immagino che si abbia curiosità e magari anche un po’ di paura.

Chi aspetta un figlio non nato da sé prova queste emozioni ma, nel momento in cui l’abbinamento è stato fatto, ogni giorno che passa non è solo attesa per una data, ma desiderio ansioso di dare una famiglia a quel bimbo che è già parte della propria famiglia.

A quel punto, per quanto ci si imponga di essere razionali, per quanto si sappia che non dipende da sé, inesorabilmente ogni giorno pesa come fosse un’eternità. Vedi bambini correre e pensi a tuo figlio, vedi bambini con i propri genitori e pensi a tuo figlio,  coccoli tua figlia… e pensi alle coccole che non può ancora ricevere S.

Già quando ho adottato la mia prima bambina ho sofferto tremendamente nell’attesa di poterla andare a riprendere; una sofferenza lancinante nelle budella come fosse, azzardo, un parto durato 5 mesi.

Adesso sono stata più “brava” ed equilibrata. Ho già una figlia, so che si deve aspettare e so che l’istituto dove è S. è un buon istituto, i bimbi curati, sereni. Un’amica ha anche visto S. e lo ha coccolato per me.

Però…. Però da un paio di settimane sono cominciati i dolori del parto. Ogni giorno che passa mi sembra che per mio figlio sia una rinuncia terribile. Ha una famiglia ma la famiglia è ad un giorno di viaggio da lui. I giorni passano e anche la sorellina comincia a fremere, prima era presa dall’emozione, contenta ed eccitata… Adesso è nervosa e un po’ impaurita da questo bambino che considera fratello, che i suoi genitori considerano figlio ma che non c’è ancora. E io soffro… Soffro perché S. ha perso la possibilità di incontrare la sua meravigliosa sorellina quando lei era fortemente innamorata di lui.

C’è chi dice che siamo fortunati, che non dovremo aspettare ancora tanto, che ci siamo quasi, che ci sono famiglie che devono aspettare molto di più per incontrarsi… Però... Però il mio pensiero è fisso sulla distanza che mi separa da mio figlio e ogni giorno la distanza mi sembra allungarsi.

Abbiamo la possibilità di telefonargli; ci hanno convinto che le telefonate aiutino i bambini ad aspettare. Sarà, spero proprio che sia così, ma io so soltanto che appena poso il telefono dopo avere parlato con lui, sto male. Mi sembra come se per un attimo abbia potuto tendergli la mano ma qualcuno l’abbia allontanato.


R.  (per tutelare la privacy del figlio, la redazione non desidera rivelare il nome dell'autrice dell'articolo)

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I conquistatori

Un bel libro pacifista per bambini della scuola dell'infanzia, che racconta in modo semplice e intuitivo come fece una nazione piccola e disarmata a non farsi conquistare da un Grande Paese che aveva il Cannone.

Sottilmente attuale: le donne del piccolo paese si vestono con lunghi abiti dai colori sgargianti e portano il capo coperto...

 

Si presta ad essere abbinato all'ascolto della canzone Napoleone di Endrigo/Rodari.

autore: David McKee

editoreIl Castoro

Il cammino dei diritti

Questo libro illustrato racconta in molto semplice ed immediato del lunghissimo percorso che in tutto il mondo uomini e donne di epoche diverse hanno fatto, nel riconoscimento dei diritti umani. Quando è stato, e dove è stato, che un Paese ha detto no ad una barbaria illuminando la strada non solo ai propri cittadini, ma anche al resto del mondo, perché potesse seguire il suo esempio?

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Bianco su nero

Note di Copertina

Mosca, 20 settembre 1968. Nell'esclusiva clinica del Cremlino riservata alla nomenclatura sovietica nascono due gemelli: il primo muore quasi subito, il secondo, Rubén, si rivela affetto da paralisi cerebrale: le facoltà intellettuali sono intatte, ma non può muovere gli arti, salvo due dita.

Dopo poco più di un anno Rubén sarà separato dalla madre (che, figlia del segretario del Partito comunista spagnolo in esilio, è stata mandata dal padre in Russia a trascorrere un periodo di "rieducazione" e lì si è innamorata di uno studente venezuelano) e rinchiuso negli speciali orfanotrofi in cui vengono isolati, e sottratti allo sguardo, quelli come lui, considerati impresentabili da una società che esalta il mito dell'uomo nuovo e dichiara di muoversi verso un radioso futuro.

Solo all'inizio degli anni Novanta Rubén riuscirà a fuggire dal suo Gulag personale e, ritrovata la madre, comincerà a raccontare la sua storia, rivelandosi scrittore vero. Perché quello che colpisce in questo libro, e si imprime nella memoria del lettore, non è tanto la cronaca di un'infanzia e di un'adolescenza trascorse all'interno di un sistema feroce, dove in nome dell'ideologia si perpetrano vessazioni quotidiane, ma la voce che trasforma l'orrore in narrazione, e lo sguardo che questo stesso orrore trasforma in immagini a volte commoventi, altre volte grottesche, altre ancora di corrosiva comicità, ma sempre potentemente tratteggiate, come lo sono del resto tutti i personaggi che attraversano la vita di Ruben: la studentessa spagnola che balla per lui senza musica in una stanza d'ospedale; il cane randagio monco di una zampa che i bambini adottano; le inservienti e le insegnanti, potenti deità femminili raramente benevole e più spesso minacciose; il ragazzo Sasa che si trascina nella neve fino all'aula per rivendicare il suo diritto a studiare; e Sergej, il ragazzo senza gambe che si allena per mesi allo scopo di poter fare a pugni con uno che le gambe le ha tutt\'e due...

Sono un ritardato. Non è un nomignolo offensivo, è semplicemente un dato di fatto. Ho un livello intellettuale troppo basso per un'esistenza autonoma, per una forma pur elementare di sopravvivenza. So fin da piccolo che il ritardo mentale può essere compensato o non compensato. Il ritardo compensato è quello per cui si ha una carenza intellettuale che ti permette comunque di vivere nella società senza dover contare sull'aiuto altrui. L'esempio standard di ritardo compensato è solitamente quello di individui con disturbi mentali che, grazie agli sforzi di dottori e pedagoghi, riescono a imparare un mestiere, magari quello di imbianchino o portinaio. Quanto a me, i pedagoghi mi hanno insegnato a risolvere equazioni complesse, i dottori mi hanno diligentemente rimpinzato di medicine e ingessato con grande zelo, ma i loro sforzi sono risultati vani. A tutt'oggi non sono in grado di sollevare un pennello da imbianchino.

autore: Rubén Gallego (traduzione di Elena Gori Corti)

editore: Adelphi