La protesta dei cittadini disabili

Il 15 Novembre 2005 è stata per me una data che resterà nella memoria, una di quelle date di cui, forse, si parlerà spesso nel nostro (spero) prossimo futuro, quando l'Italia sarà realmente una nazione dove la civiltà ed il welfare non sono solo belle parole con le quali lustrarsi le unghie a qualche galà della politica.

Tutto è iniziato il 14 Febbraio del 2003, all'apertura dell'anno europeo delle persone con disabilità; responsabile di una piccola associazione di genitori e genitore io stessa di un bambino con gravissimo plurihandicap, guardavo a quest'evento con quella disillusione di chi, ormai, non crede più ai proclami di dignità ed equità, nonché alla solidarietà dei politici di turno. 

Malgrado questo, seguivo con il consueto interesse tutto ciò che riguardava quell'evento ed in particolare mi colpì l'intervento del Ministro del Welfare e del Lavoro, Maroni, che presentando il "Libro bianco sul Welfare" affermò che i dati del Ministero rilevavano come il 90% del carico di assistenza a una persona con grave disabilità fosse supportato interamente dalle famiglie, che definì, ironia della sorte, "il più importante ammortizzatore sociale" (sic!). Affermò che l'intenzione del Governo che rappresentava sarebbe stata quella di convogliare le risorse sulle famiglie attraverso supporti concreti, come il fondo per i non autosufficienti e per le persone con disabilità rimaste senza l'appoggio dei loro famigliari.
Dichiarò che la disabilità coinvolgeva tutti i cittadini italiani, dalla culla alla vecchiaia, e per questo occorreva introdurre un nuovo metro di misurazione delle difficoltà legate all'handicap, che, a parità di condizioni disabilitanti, risentiva poi di molteplici fattori sociali: occorreva, perciò, valutare il bisogno reale per poter distribuire efficacemente le risorse. Sostenne con convinzione che le persone con disabilità dovevano essere messe in grado di diventare cittadini produttivi, per cui occorreva investire nella riabilitazione e nell'inserimento lavorativo.

Noi famiglie cominciammo ad assaporare le intenzioni del Governo praticamente da subito con la riabilitazione dei nostri figli: improvvisamente il progetto riabilitativo divenne cortissimo anche per chi era affetto da handicap grave: ogni tre-sei mesi occorreva rivedere l'evoluzione di una patologia che, per sua connotazione, ha invece tempi molto più lunghi e, se non c'erano stati risultati più che apprezzabili, l'intervento riabilitativo veniva diluito nel tempo, a cicli di pochi mesi, fino a quasi scomparire in età scolare. 
Bambini di appena sette anni venivano dichiarati irrecuperabili, i gravissimi venivano epurati e rifiutati dai centri riabilitativi, come se non valesse nemmeno la pena tentare di attenuare parte della loro patologia, per migliorare almeno la qualità della loro vita. Fu apportata un'unica misura sulla valutazione dell'handicap per cui occorreva adire a vie legali se la commissione medica non accoglieva la domanda d'invalidità, ovvero: solo chi era in grado di sostenere le ingenti spese della giustizia poteva veder riconosciuto il proprio stato di bisogno.

Poi venne il turno della scuola. La riforma Moratti! Fin dall'inizio, con il rapporto Bertagna ideatore della riforma, apparve chiaro che l'integrazione scolastica era solo una palla al piede di cui cercare di liberarsi il prima possibile. La scuola doveva diventare a due velocità: per la futura classe dirigente del paese occorreva un'istruzione all'avanguardia ed innovativa, per gli altri una scuola molto pratica in modo da creare una classe di lavoratori un po' ignoranti e docili alle esigenze degli imprenditori. Per gli studenti disabili non c'era posto. Gli insegnanti di sostegno? Occorreva razionalizzare le risorse, per cui, in classi sempre più stracolme, ci furono sempre meno insegnanti di sostegno e sempre più insegnanti di religione… si sa che la religione è l'oppio dei popoli…

E poi ci fu la riforma del lavoro ed un unico, piccolo articolo, messo là con la speranza che passasse inosservato. Ma come poteva esser ignorato se spazzava via in un colpo solo uno dei più importanti diritti di dignità delle persone con disabilità? Il diritto al lavoro: se una persona con disabilità voleva provare ad esser produttiva nonostante le sue difficoltà, si sarebbe dovuta accontentare del ghetto delle cooperative sociali perché nel mondo iperproduttivo immaginato dalla nostra classe politica non c'era più nessuno spazio per chi correva il rischio di restare indietro.

E poi sono cominciati i tagli, via i fondi per i provvedimenti del "dopo di noi", cancellati i fondi per l'abbattimento delle barriere architettoniche, dimezzati i fondi per l'assistenza domiciliare e per i servizi sociali, per gli assistenti educativi nelle scuole, perfino per gli ausili!

Sempre più schiacciati e frastornati, da più parti cominciò una lenta ma decisa ribellione. Chi poteva, con grinta e tenacia, investì nella giustizia. C'era sempre la Costituzione Italiana che sanciva il diritto ad esser considerato un cittadino come tutti gli altri, anche se si avevano delle difficoltà in più. E così molti genitori cominciarono ad indebitarsi per pagare gli avvocati ed i tribunali, finalmente, rendevano giustizia. Meraviglia! Ma allora era vero! Le leggi fatte contro le persone con disabilità erano realmente ingiuste ed inique, non era solo una "percezione" di chi ne era coinvolto!
Nacque un movimento sotterraneo tra cittadini di serie B che si scambiavano informazioni, si sostenevano, si aiutavano: l'ingiustizia unisce più di qualsiasi altra cosa.

Alla vigilia dell'ennesima finanziaria, che decideva di aumentare i fondi per gli armamenti e sgravare la Chiesa dell'ICI apportando però l'ennesimo taglio al Fondo Sociale e tassare la misera pensione che non bastava nemmeno alla sopravvivenza, nacque in noi la voglia di ribellarci e di scendere in piazza. Genitori e persone con grave e gravissima disabilità s'imbarcarono in quest'avventura spinti soprattutto dalla disperazione. 
Il 15 Novembre Piazza Montecitorio fu gremita da migliaia di carrozzine: le cifre ufficiali parlano di 1500 cittadini con disabilità, quelle ufficiose di 4000: io so soltanto che eravamo tantissimi, ed ognuno di noi rappresentava almeno altri 20, 50 cittadini nelle medesime condizioni che non ce l'avevano fatta a spostarsi. Una cifra enorme completamente ignorata dai media. Ma in quella piazza si respirava un'aria di famiglia, ci guardavamo ammassati l'un l'altro e sorridevamo, perché nessuno si sentiva più solo. Persino mio figlio, malgrado le sue grandissime difficoltà nel decifrare il mondo, ha capito che stava respirando un'aria nuova. Nella sua testina bionda si è accesa la consapevolezza di esser in un posto dove consideravano la sua dignità di essere umano, e lui esprimeva la sua gioia tirando mille, duemila bacini.

Chiara Bonanno Madussi e chiaraesimone  

 

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