Un compagno un po' diverso in classe

Nella classe prima elementare di mio figlio è stato da poco inserito, come uditore, un bambino divenuto disabile in seguito a un grave incidente; ora è in "coma vegetativo", anche se non so se sia il termine medico corretto. Il progetto lo vede inserito, accanto alla sua mamma, due giorni la settimana, la mattina o il pomeriggio e la maestra ha preparato i bambini al suo arrivo parlando della diversità, nelle cose che si vedono e in quelle che non si vedono. 
La mamma, col suo bimbo disabile ha dunque fatto il proprio ingresso in classe, preparando con i bambini e le maestre gli addobbi per Natale e rispondendo alle candide domande poste dai bambini (Lui sente? Vede? Come mangia?). Nessuna forzatura ma, chi voleva, poteva accarezzare la manina del compagno (non il pancino, dove ha la sonda per nutrirsi) perché ciò poteva procurargli gioia; hanno visto che invece certi rumori gli causavano altresì fastidio. 

Non so se tutto questo possa davvero giovare al bambino, lo spero tanto (i medici dicono che è migliorato!), certamente spero possa aiutare la sua mamma. 
In aggiunta, io penso e vedo che l'inserimento di questo bimbo è estremamente positivo anche per gli altri bambini. La maestra li ha ben preparati e seguiti, ha fatto loro esprimere le emozioni provate (attraverso le parole e i disegni). I bimbi possono essere consapevoli della diversità, conviverci, hanno voglia di aiutare l'amico… Insomma… Crescono! Mio figlio è lieto quando sa che verrà il suo amico e vuole essere "aiutato ad aiutarlo" (testuali parole). 

Purtroppo a volte alla tragedia si associano assurde tragedie minori. 
Qualche genitore, nella riunione di classe, ha espresso perplessità sull'opportunità di questo inserimento (ritardi nel programma?) e ha lamentato la sua mancata comunicazione alle famiglie. Che tristezza che si debbano frapporre ostacoli ad un bambino che, oltretutto, disturbi di alcun tipo non ne può dare. 
Spero che la mamma di questo bimbo non ne sia al corrente, è soprattutto a lei che penso, ora. 

Inoltre provo a riflettere su quanto assorbibile sia dai nostri figli ciò che noi stessi proviamo. 

Ciò che io ho provato dinanzi a mio figlio quando mi ha riferito di questo inserimento è stata una grande gioia. Non conosco personalmente questo bambino, né la sua famiglia, ma sapevo bene della sua drammatica vicenda. Come non considerare il suo inserimento estremamente positivo oltre che per la sua famiglia anche per tutti i nostri bimbi? Sono stata contenta che questo nuovo amico fosse inserito proprio nella nostra classe e sono orgogliosa della maestra di mio figlio e di come ha affrontato la questione con i bambini. 

Qualche compagno, effettivamente, a casa ha pianto molto. Ma anche questo, perché non considerarlo normale e positivo? 
Non so se sia un caso, ripeto, ma sono stati proprio i figli dei genitori timorosi che il proprio figlio potesse rimanere turbato e troppo impressionato ad esserlo poi davvero. 

Il nuovo amico rimarrà con loro, mi auguro, anche in seguito. 

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”Vorrei scappare in un deserto e gridare…”

Questo libro svolge brillantemente l'importante compito di far conoscere ad un pubblico "laico" un disturbo di cui i mass media parlano spesso, fornendo tuttavia, come accade non di rado, notizie in gran parte inesatte e talora decisamente errate. E’ scritto da un medico pediatra e da un ingegnere, ambedue genitori di bambini affetti da ADHD, quindi da persone che hanno avuto modo di conoscere il disturbo nelle più intime pieghe della sua quotidianità familiare.

Il primo autore, in quanto pediatra, ha arricchito questa conoscenza con le capacità di osservazione e di comprensione derivate dall'esercizio quotidiano della sua professione: una conoscenza partecipe, quale "l'esperto" estraneo non ha. Nello stesso tempo il linguaggio riesce a essere "laico", quindi con la massima comprensibilità per tutti, ma soprattutto per i genitori, cui specificamente si rivolge. A questi pregi si aggiunge la capacità espressiva degli autori, che rende piacevole la lettura.

Il libro dunque parte da esperienze vissute, che però sono state elaborate ed approfondite attraverso il confronto con gli "esperti" e soprattutto da un lodevole impegnativo studio dei dati scientifici esistenti, che vengono correttamente esposti e sono puntualmente aggiornati. Esso rappresenta anche un significativo documento sulle difficoltà in cui viene spesso a trovarsi un genitore di bambino con ADHD a causa delle disfunzioni organizzative e delle insufficienti conoscenze che si trovano anche tra i medici, ampiamente testimoniato da un buon numero di lettere di genitori, non poche delle quali devono far riflettere i medici e in particolare i neuropsichiatri su un certo tipo di errore che è stato a lungo commesso. Un errore che fa parte di uno stereotipo culturale derivante da vecchie teorie o da cattiva interpretazione delle stesse e che si basa sull'assunto "la colpa è sempre dei genitori"! Com'è successo per l'autismo (potremo mai calcolare il danno e la sofferenza che questa impostazione ha provocato nei genitori e di conseguenza nei figli?), ora continua, a volte, per l'ADHD.

Già da anni la letteratura scientifica ha contraddetto queste teorie relativamente all' autismo e all'ADHD, ma evidentemente non tutti si aggiornano. Ben lungi dal negare che tante problematiche del bambino dipendano dall'ambiente e soprattutto da quello familiare, ma bisogna saper distinguere e non imputare allo stato d'ansia riscontrabile nella madre, ad esempio, la causa della patologia del bambino. Questo suggerisce una insufficiente capacità di approfondire i meccanismi della relazione interpersonale e a volte appare un modo del terapeuta di scaricare ad altri le responsabilità: «La colpa è di voi genitori, curatevi voi altrimenti io non posso far nulla per il bambino!». Anche nei casi in cui vi è una responsabilità più o meno ampia dei genitori, l'atteggiamento del terapeuta deve essere diverso, non accusatorio ma, secondo il proprio ruolo, "terapeutico", cioè di indirizzo, di richiamo e di ricerca della collaborazione da parte del genitore.

Più o meno indirettamente il libro mette in luce anche un'altra carenza che a volte si riscontra in alcuni operatori neuropsichiatrici (non solo in Italia): l'insufficiente conoscenza di tecniche terapeutiche in senso lato. Essi sono preparati per un solo tipo di psicoterapia efficace per alcuni disturbi, mentre non hanno evidentemente conoscenza di altre tecniche di intervento terapeutico non farmacologico, efficaci per altri tipi di disturbo. Questo perché è necessaria una maggiore capacità del terapeuta di usare approcci diversi in rapporto a problematiche diverse. Il libro non manca da questo punto di vista di segnalare interventi semplici ma talora molto efficaci di guida ai genitori e agli insegnanti.

Un libro per laici, che sarà utile pure ai medici e agli altri operatori del settore, perché dà un panorama scientificamente corretto dell'ADHD e degli interventi da adottare in favore di coloro che ne soffrono e anche perché riporta, attraverso le lettere dei genitori, una istruttiva esperienza di casi clinici.

autore: Raffaele D'Errico, Enzo Aiello

illustratore: S. Deflorian

editore: AIFA

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