Dov'è finita la mamma di Bambi?

Non è facile parlare della morte ai bambini, abbiamo il timore di traumatizzarli, dicendo delle cose sbagliate. Eppure è un argomento con il quale si confrontano abbastanza presto.

È importante riuscire ad affrontare l\'argomento con semplicità, onestà e naturalezza: i bambini si accorgono perfettamente se qualcosa ci mette a disagio, e spesso il nostro stesso imbarazzo contribuisce a creare proprio quelle paure da cui li volevamo proteggere.

L’approccio sarà ovviamente diverso a seconda delle circostanze e della nostra sensibilità.

Se non vi è un coinvolgimento affettivo, ma gli interrogativi hanno avuto origine da un cartone, da una fiaba, o situazioni analoghe, è per me essenziale il principio “a domanda rispondo”: un bambino che fa una domanda è pronto a ricevere risposte e il modo stesso in cui ce la pone dovrebbe esserci da guida su ciò che dobbiamo dire e su come dirlo.

Evitiamo comunque le mezze verità, che tanto hanno le gambe corte. Per esempio, che muoiono solo le persone molto vecchie. Scoprirà presto che non è vero e si convincerà così che c’è qualcosa che vogliamo nascondergli, finendo per preoccuparsi più di quanto non avrebbe fatto se fossimo stati più sinceri.
A mio avviso bisogna anche rifuggire da angioletti, cieli e raffigurazioni simili. Certo, per chi è credente non si tratta di bugie, ma della verità, e questo già aiuta nella comunicazione. Tuttavia se per gli adulti sono concetti consolatori, non è detto che lo siano anche per i bambini: magari l’idea di volare in cielo li spaventa e potrebbero voler approfondire dettagli ai quali proprio non abbiamo pensato. In un primo approccio bisognerebbe semplicemente trasmettere il messaggio che la morte è una cosa triste ma che fa parte della vita e, contemporaneamente, rassicurare sul fatto che non ci aspetta ad ogni istante dietro l’angolo.

Françoise Dolto, psicanalista e psicoterapeuta infantile francese del secolo scorso, suggerisce di dire che “si muore quando si è finito di vivere”. Può sembrare tautologico, ma la tautologia è proprio il modo in cui i bambini riescono a capire le cose, il primo passo verso la comprensione dei concetti più complessi.

Quando invece muore una persona cara (ma anche un animale), il nostro compito diventa più arduo, perché non si tratta solo di spiegare, ma anche di gestire la sofferenza. Probabilmente noi stessi siamo sconvolti dal dolore per questa scomparsa, e non è affatto detto che ci sia consonanza fra la sensibilità del bambino e la nostra.

Anche in questo caso è opportuno usare parole semplici, che vengano dal cuore, e non reprimere, anche involontariamente, le emozioni, bensì trovare uno spazio per accoglierle: lasciar parlare il bambino di ciò che è accaduto, anche se ci fa male, condividere la loro sofferenza e accettare i modi con cui la manifestano, quali che siano. Soprattutto, non fare mai finta che non sia successo niente, ma far capire che anche noi siamo tristi e che il suo dolore ha diritto di cittadinanza e di consolazione.

Dare al bambino il tempo necessario per elaborare il lutto (in fondo accade lo stesso anche agli adulti) e non costringerlo a rimuovere l’accaduto è il modo migliore per aiutarlo a vivere e a superare il dolore in modo sano.

In ogni caso, la paura di traumatizzare il bambino e di non usare le parole giuste spesso tradisce un disagio che è tutto nostro. Nell’affrontare questo argomento, ognuno dovrà trovare il modo che gli è più congeniale, cercando però di evitare reticenze che, invece di rassicurare, mettono in crisi.

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