Conoscere la psicomotricità

Per parlare di psicomotricità è inevitabile partire dal corpo e da quello che il corpo ci dice. Il corpo ha un suo linguaggio ricco di significati personali, culturali e rituali. In parte è d’integrazione al linguaggio, cioè arricchisce ciò che vogliamo già esprimere verbalmente, ma è anche veicolo di emozioni e sentimenti. Tanto è che sia la sfera emotivo-affettiva che la sfera cognitiva sono strettamente dipendenti dal vissuto corporeo. Noi siamo abituati a dividere intelligenza da affettività ma in realtà i due mondi sono estremamente legati tra loro. Pensiamo a tutte quelle nozioni più “razionali”, o “matematiche” come dentro e fuori, lontano e vicino, avanti e dietro, grande e piccolo, pieno e vuoto: sono tutte nozioni che il bambino molto piccolo in realtà acquisisce attraverso l’esperienza con il proprio corpo e hanno una carica affettiva notevole. Piaget diceva che l’affettività è il motore o il freno dell’intelligenza.



Perché, a chi è rivolta
Per comprendere la psicomotricità bisognerebbe praticarla, vederla, sentirla, trovarsi nel pieno di una seduta e viverla. Sicuramente vi rendereste conto del coinvolgimento profondo che tale pratica produrrebbe su di voi anche solo come osservatori. È una scienza delle relazioni umane che parte dal corpo e dal movimento e che utilizza il gioco come strumento privilegiato. La pratica psicomotoria dà inoltre molta importanza ai processi di apprendimento, all’espressione libera, alle emozioni e al linguaggio e l’attenzione dello psicomotricista si focalizza sulle potenzialità di ogni bambino e del gruppo. L’intervento psicomotorio promuove benessere e ha una forte connotazione preventiva: previene difficoltà e disturbi, evitando che il bambino bruci energie in situazioni di disagio e lo aiuta ad utilizzare le sue energie per crescere.


Chi è lo psicomotricista
Lo psicomotricista ha una formazione teorico-pratica triennale. Ha lavorato molto su di sé e sulla relazione. Sa porsi in ascolto, sa cogliere e sostenere l’altro favorendo la relazione e la comprensione del suo mondo interno (fantasie, desideri, paure) e del suo mondo esterno (rapporto con gli altri e con gli oggetti).


Il setting
La stanza dove avviene la psicomotricità è allestita con spazi e materiale che permettano al bambino di vivere il piacere del movimento e del gioco. È un luogo dove il bambino immagina, crea, costruisce, distrugge, proietta le proprie paure ed emozioni. Produzioni che lo psicomotricista accoglie mettendosi in gioco e restituendo risposte adeguate. Lo spazio diventa per il bambino il luogo del desiderio. Anche il tempo che trascorre tra un incontro e l’altro (solitamente è una settimana) diventa importante perché è un tempo di attesa carico di aspettative emotive. Malgrado l’interruzione, quasi sempre i bambini riprendono l’attività che avevano lasciato nell’incontro precedente. A volte i giochi si ripetono per tante volte, in altri casi c’è una storia che continua, questo dipende dai gruppi e dall’età dei bambini. Spesso le mamme ci dicono che se il bambino salta un incontro è difficile riuscire a gestire la sua delusione o addirittura la sua rabbia. Questo ci fa capire qual è l’investimento affettivo del bambino verso quello spazio tutto suo, dove può esprimersi liberamente.


Che cosa avviene in una seduta
Lo psicomotricista predispone lo spazio e il materiale prima che i bambini entrino in sala. Una volta entrati, i bambini si dispongono in cerchio e si salutano; se qualcuno ha qualcosa da raccontare può farlo, gli altri ascoltano e poi commentano o raccontano a loro volta. Dopo questa prima accoglienza si ricordano le regole o il patto stipulato per poter giocare insieme. Regole semplici e condivise da tutti: non farsi male, rispettare i giochi dei compagni, e quando l’adulto dice stop si riordina e si gioca con le mani (disegno, costruzioni, plastilina ecc.).
Al via si inizia il gioco. Solitamente c’è una prima fase di distruzione: i bambini si divertono a buttare giù torri più o meno alte formate con cuscinoni in gommapiuma. Oppure si arrampicano nello spazio dei salti e si lasciano cadere sui grossi materassi sottostanti. Queste fasi possono alternarsi e durare più o meno a lungo a seconda del bisogno del gruppo. A questo punto il bambino “investe” lo spazio simbolico. È il gioco del far finta di… essere il lupo, la mamma con i cuccioli, i pirati sulla barca, ecc… Queste storie hanno solitamente una trama che si sviluppa, si arricchisce nel percorso degli incontri. È proprio qui che i nostri bambini si raccontano. Il compito dell’adulto è di saperli supportare, accompagnare in questo lungo cammino di crescita. L’ultima fase è dedicata alla rappresentazione. Il disegno, le costruzioni o altri materiali creativi permettono al bambino di “mentalizzare” l’esperienza vissuta precedentemente prendendo distanza dalle proprie emozioni e favorendo il passaggio verso l’astrazione del pensiero. L’incontro si conclude salutandosi e dandosi appuntamento alla settimana successiva.

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