Mamma in psicomotricità

Come si sente una mamma in psicomotricità?
Sente.

Lo scorso ottobre il mio splendido mediano, alla soglia dei 5 anni, ha prepotentemente espresso il proprio disagio, forse perché sussurrarlo in una famiglia composta da cinque persone in perpetuo movimento non era sufficiente, forse perché sussurrarlo ad una mamma poco interventista non è servito. Comunque sia, mio figlio ha iniziato a piangere. Un bambino solare, sorridente, salterino, trasformato in breve tempo in un mucchietto di ossa scosse dai singhiozzi, quelli grandi che ti tolgono il fiato, quelli che salgono dal fondo e ti stravolgono il viso.

Vi racconto di un bambino che si è semplicemente trovato smarrito, un passaggio di crescita più complesso di altri, un momento di doloroso stallo. Cose che capitano…
È iniziata così la nostra avventura psicomotoria.
La sua: un piccolo gruppo di quattro bambini tra i tre e i cinque anni ed una psicomotricista con cui scoprirsi e crescere.
La mia: un groviglio di mie emozioni tutte da vedere e quelle di mio figlio da accogliere.
La partenza è stata devastante. Dopo un paio di incontri siamo stati travolti dal fiume in piena in cui si è trasformato mio figlio. Noi lì basiti e titubanti a far fronte, a cercare tempi e modi per un valido ascolto, ad assorbire l'onda d'urto.
Eppure è bastato esserci e in poche settimane tutto ha preso a scorrere e a crescere, una primavera in pieno inverno.

E che quella fosse la strada giusta per lui è stato subito evidente. Lo capisci quando arrivi e vedi i bambini incontrarsi: urla, eccitazione, spinte, abbracci, tutto sembra gridare "eccoci, finalmente, liberi liberi liberi". Lo capisci quando un incontro salta e tuo figlio diventa un sassolino di rabbia. Lo capisci quando c'è il pomeriggio in cui piange e si divincola implorandoti di non portarcelo, snocciolando una interminabile serie di buoni motivi per cui non ci vuole andare, e tu che tenti di elaborare il tutto in 15 minuti in automobile e lo lasci con un mezzo sorriso…per ritrovarlo frizzante di vita dopo un incontro importante, in cui ha dato tanto.

E io come mi sento? Cosa si prova?
Mica facile. Intanto ho dovuto accettare di non essere onnipotente, di dover affidare ad altri il benessere del mio bambino. E lo affidi a qualcuno che lo accompagnerà alla scoperta di ciò che ha dentro, qualcuno che farà per lui e con lui un percorso delicatissimo, qualcuno che vivrà con lui una esperienza dalla quale tu resti esclusa ma che vedrai fiorire sulla sua pelle.
Gelosia? Probabile. Ma anche paura. Paura delle proprie responsabilità di madre. Paura di non trovare la persona adatta. Paura che non funzioni. E il panico, la solitudine, perché sei tu che decidi per qualcuno che ami tanto.

E poi c'è l'impagabile gioia di aver saputo dare risposta ai bisogni di quel piccolo spaventato, di avergli dimostrato che qualcuno c'è che può aiutarlo a mettere ordine nelle sue emozioni. Spero non lo dimentichi mai.

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