Intercultura

Ciprian è un compagno di classe di mio figlio, prima elementare; è un bimbo Rom che già conoscevo di vista, lui e la sua grande famiglia, perché ogni mattina ci incrociamo davanti a scuola. Credo di aver capito chi è sua mamma, ma non ho ben chiaro chi siano i suoi fratelli e sorelle, in mezzo ai molti bimbi e bimbe, ragazzi e ragazze, che lo accompagnano. 

Negli ultimi decenni l'Italia si è trasformata da paese di emigrazione a paese di immigrazione e questo sta portando ad una riflessione sul concetto di cittadinanza e sulle modalità della sua acquisizione. Anche alcune delle massime autorità dello stato come il presidente Napolitano hanno recentemente richiamato l'attenzione su questo punto.

La storia di ogni nazione è strettamente connessa alle proprie tradizioni e all'identità culturale dei popoli che la compongono, il cibo in questo senso è cultura, in quanto l'uomo produce e crea il proprio cibo; lo prepara anche quando lo trasforma mediante la tecnologia a sua disposizione; lo consuma avendolo scelto sia per la sua valenza nutrizionale che per quella simbolica. Ed è così che il cibo diventa allora elemento di conoscenza, frutto dell'identità, come scambio culturale di persone, materie prime e tecniche, il cibo può, e deve essere usato, come un linguaggio interculturale.

Il fenomeno delle migrazioni ha trasformato l'Europa in un continente multiculturale, dove vivono fianco a fianco persone di lingua, religione e cultura diverse. La conoscenza dell'altro è fondamentale per una convivenza pacifica, e per far si che ciò avvenga la mediazione culturale è indispensabile per facilitare l'integrazione, attraverso la conoscenza e lo scambio reciproco, cercando di assicurare uguali opportunità nel rispetto della diversità.

Vi sono famiglie in cui i genitori provengono da paesi e tradizioni diversi. Quando queste non si appiattiscono culturalmente, scegliendo la via della rimozione e dell'oblio di una parte delle proprie radici, i bambini possono fare ogni giorno esperienza dell'arricchimento derivante dalla multiculturalità.

È vero. È inevitabile. Capita. Ricapita. Io mi chiedo, mi chiedo nel profondo che cosa provocano in mio figlio. Che cosa provocheranno. 

La pelle non si cambia, non si toglie, non si butta via. Gli occhi, il naso, la bocca, i capelli, quel fisico bellissimo e imponente, quel corpo "da negro". 

Hai voglia a dire: "È come quando si insulta una persona perché è grassa, o porta gli occhiali..." 

Hai voglia a dire... gli occhiali spesso si possono togliere (anche mezz'ora), il grasso si può affrontare con diete e medici. 

Ma la pelle no, non si cambia. Quella c'è e si vede e ti connota. Il colore e i lineamenti ci includono o escludono... per sempre. 

Ci si abitua, ci si abitua alla curiosità, agli sguardi per strada, agli equivoci, alle domande indiscrete. Ci si fa il callo. Ci si passa sopra, si trovano piccole strategie per evitare, affrontare, rispondere. 

Ma il razzismo vivo... quello fa male. 

E inizia presto. Per un bambino di origine africana (o mista come il mio) comincia quando non è più "pupo", quando non è più un "cioccolatino", un bel "moretto", un "ma che delizia d'occhi". Inizia quando diventa banalmente "un negro". 

"Ah negroooo!" "Sporco negro togliti dai coglioni" "Negro, non puoi giocare qui!!!" 

Per i bambini. 

Per gli adulti... è solo un extracomunitario... il figlio di qualcuno invisibile... o di qualcuno "Che ha proprio fatto una buona azione". Ossia noi. 

Succede tutti i giorni? No. Assolutamente no. Ma succede, succede. Succede tutti gli anni, per esempio in vacanza, quando si cambia ambito e non ci si conosce più. Quando si creano nuovi gruppi di amici, quando ci si deve un po' annusare, punzecchiare e misurare. 

All'inizio cercavamo di mediare, di non ingigantire. Si parlava tra adulti, tra persone "civili", perché ai bambini si deve insegnare il rispetto, la convivenza, eccetera eccetera. 

Quest'anno abbiamo capito che nostro figlio ha bisogno di sentirsi difeso da noi, ha bisogno di vedere che alla stupida aggressività del razzista si può rispondere con durezza, immediatamente. Perché c'è lui di mezzo, tutto intero, mani e piedi. Lui come è. 

Non c'è pedagogia da fare sulla pelle dei nostri figli. Che gli altri sappiano che si tratta solo di "sporco razzismo" imparato a casa da adulti miseri di pensiero. E al razzismo si reagisce. 

Lo dobbiamo ai nostri ragazzi e alle nostre ragazze, perché il loro corpo e la loro anima non diventino campi di battaglia devastati dalla pochezza altrui. 

Mi piacerebbe iniziare questa storia con un: "C'era una volta…" oppure con un bel: "Tanto tempo fa…"
Ma sfortunatamente questa non è una storia di fantasia, non una di quelle storie che vengono raccontate la sera ai bambini prima che si addormentino.


Anche perché io credo che sia perfettamente naturale per una madre o un padre voler tenere il più lontano possibile i propri figli dalle discriminazioni del mondo.
Un giorno però il momento arriva, e vi vedrete costretti a spiegare a vostro figlio o figlia che non deve parlare con tutte le persone che incontra, che non deve accettare le caramelle da estranei, convinti di essere riusciti a fargli comprendere almeno una parte dei pericoli, in cui un giorno potrebbe imbattersi.

Ma servono davvero per tenerci al sicuro? 
Nessuno ha mai pensato di aggiungere al discorso una frase del tipo "Non devi ascoltare gli altri bambini se mai ti dovessero prendere in giro, perché capiterà prima o poi".
È una frase che raramente viene usata per metterci in guardia, anche se credo che forse sia quella più importante.
Credo anche che se i genitori di Rashmi avessero fatto un discorso del genere alla loro figlia, forse io non starei davanti a questo foglio bianco, a scriverne la storia.

Fatto sta che quando lei arrivò qua dall'India con la sua famiglia, cinque anni fa, quando aveva solo 13 anni, non era preparata a quello che avrebbe visto, a quello che avrebbe incontrato, a quello che avrebbe sentito; per lei fu come entrare in un mondo totalmente diverso, un mondo che non assomigliava per nulla a quello in cui aveva sempre vissuto.
Le persone e i loro costumi erano diversi, il loro modo di parlare, i loro giocattoli, i loro cartoni e perfino gli odori e i colori della città si differenziavano notevolmente rispetto a quelli che lei conosceva cosi bene.
Ma la sua curiosità ha prevalso su tutto quanto.

Il giorno dopo, quando è arrivata a scuola era contenta di poter conoscere nuovi amici, senza pensare ai problemi di lingua che ci sarebbero stati.
I ragazzi della sua nuova classe si interessarono immediatamente della nuova venuta, cercarono di comunicare con lei nel modo migliore che potessero trovare.
Il primo giorno di questa sua nuova vita non era poi stato così male, si ripeteva mentre tornava a casa, prima o poi avrebbe imparato tutto quello che c'era da sapere, e si sarebbe fatta nuovi amici.
Di questi suoi due desideri soltanto uno si avverò, infatti apprese tutto ciò che c'era da sapere sulla nostra cultura, ma non riuscì a farsi nuovi amici.
Evidentemente, per le sue compagne di classe, lei non vestiva nel modo adatto, non pettinava i capelli nel modo giusto, e non si atteneva alle regole.
Regole che non erano state scritte, regole che nessuno aveva mai nemmeno pronunciato, formate da sguardi e da gesti, regole che decidevano (e tuttora decidono) l'entrata in società, se cosi si può definire, oppure l'isolamento totale da essa.
Regole che continuano a seguirla anche adesso, e che ho paura continueranno a tormentarla.

Così i suoi due anni di medie li passò totalmente da sola: tutti i pomeriggi tornava da scuola in lacrime, senza riuscire a trovare un rimedio, senza riuscire a dare una spiegazione, senza riuscire a trovare un qualcuno con cui potersi arrabbiare se non se stessa.
Perché, alla fine, il pensiero di essere lei quella sbagliata ha bussato alla sua porta e il pensiero di essere lei quella inadatta si faceva spazio con forza nei suoi incubi peggiori.
È un qualcosa che penetra da dentro, e che difficilmente riesci a combattere, un qualcosa che ti cambia davvero, che ha il potere di distruggerti o rafforzarti.

Fortunatamente lei ha trovato il coraggio per dire di no a tutto questo, ha trovato la forza con cui poter affrontare tutte queste persone, è rimasta la stessa ragazza, la ragazza che vuole essere, con i vestiti che piacciono a lei e con i capelli nel modo che più desidera, con i suoi oggetti, con le sue speranze e con i suoi sogni..
Ma nonostante tutta questa determinazione, ogni tanto riesco a scorgere nei suoi occhi color nocciola una disperazione profonda per una domanda a cui non ci sono risposte: perché tutto questo?

Flavia 17 anni

Si fa un gran parlare dell'accettazione del diverso da sé, dei tempi che sono maturi per una scuola che diventi portavoce e promotrice di intercultura : 

"Adottare la prospettiva interculturale, la promozione del dialogo e del confronto tra culture, significa non limitarsi soltanto ad organizzare strategie di integrazione degli alunni immigrati o misure compensatorie di carattere speciale.
Insegnare in una prospettiva interculturale vuol dire piuttosto assumere la diversità come paradigma dell'identità stessa della scuola, occasione privilegiata di apertura a tutte le differenze."


Questo stralcio è tratto dal progetto ministeriale La via italiana all'intercultura: le azioni per l'integrazione degli alunni stranieri. Significativi i dati numerici sugli alunni non italiani inseriti nelle scuole nello scorso anno scolastico 2006/2007:
http://www.pubblica.istruzione.it/ministro/comunicati/2007/231007.shtml

Ampio il settore di aggiornamento dedicato ai dirigenti scolastici italiani in particolare nelle realtà di Lazio, Piemonte e Lombardia dove troviamo i più alti coefficienti numerici di popolazione scolastica di altra lingua. Attraverso queste iniziative i presidi potranno interagire con gli enti pubblici nel modo più snello e fruttuoso possibile. 
E la formazione docente? 

I docenti insieme agli alunni sono gli attori principali di questa integrazione e devono essere previsti per loro corsi obbligatori e articolati in modo che possano sviluppare strategie mirate sia al superamento delle difficoltà cognitive legate all'apprendimento della lingua italiana, sia ad una reale integrazione degli studenti di altra nazionalità per favorirne l'amalgama all'interno della società. 
Per fare tutto questo i docenti italiani non sono pronti. E' necessaria prima di tutto la diffusione di una cultura dell'accettazione del diverso a 360 gradi che comprenda proprio il concetto di scuola accoglienza e non di scuola selezione. 

I messaggi in questo senso sono contrastanti. Una buona parte dell'opinione pubblica e anche il ministero in alcuni suoi messaggi auspica il ritorno a metodologie di selezione che immancabilmente andranno a colpire i più deboli culturalmente, i meno stimolati quelli con minori possibilità economiche e quindi anche culturali. 
Dall'altra, altresì, individua negli insegnanti e nei dirigenti scolastici i portavocedell'occasione privilegiata di apertura a tutte le differenze ma per far questo non mette e disposizione i giusti mezzi di formazione; quelli che potrebbero veramente fare la differenza tra le generazioni e gettare reali basi di costruzione di intercultura attraverso la scuola. 
Ci affideremo ancora una volta alla buona volontà del singolo? 

Si avvicinano timidamente e mi dicono "io no italiano". 
Studenti arrivati ad inizio anno, quando va bene, a quadrimestre più che inoltrato nella maggioranza dei casi. Cercano di guardarsi intorno e selezionano con gli occhi chi hanno intorno per cercare qualcuno simile a loro. Il bisogno di rispecchiarsi si può quasi toccare da quanto è evidente, hanno voglia di parlare la loro lingua ma anche di imparare la nostra. Vogliono essere aiutati ma non essere resi diversi dagli altri, quindi quando ti avvicini per ripetere lentamente nel misto di inglese e italiano quello che stai spiegando alla classe, mettono distanza, gesticolano con le mani e ti fanno capire che no, non hanno bisogno di aiuto perché ce la fanno. 

Non posso pensare ad un'età peggiore per cambiare tutto, l'adolescenza rende già così vulnerabili, figuriamoci in una situazione di diversità totale. Diversa la lingua, diverse le abitudini, diversa la gente intorno e spesso diverso il colore della pelle e l'abbigliamento. Si muovono nella scuola con circospezione ma presto trovano altri come loro e cominciano a farsi segni da lontano. 

In una scuola multietnica come quella in cui lavoro, oltre il 40% degli studenti viene da un paese non appartenente alla comunità europea, si formano così mini-mini comunità all'interno della compagine di alunni. 
Microcosmo metaforico che si riorganizza in gruppi di simili soprattutto nello spazio autogestito: la ricreazione. Ed ecco che le ragazze di Serbia e Montenegro si trovano tutte al secondo piano, mentre nel seminterrato trovi l'enorme comunità filippina. Madrelingua spagnola vicino ai distributori delle merende e rumeni a pochi metri di distanza, di fronte al laboratorio scientifico. 

Dov'è l'integrazione? Tentata nelle ore di didattica, si perde nella mancanza di tempo e di mezzi per organizzare attività extra curriculari che favoriscano l'amalgama del gruppo e non un'apparente assimilazione attraverso la mera condivisione di spazio e tempo. 
E io li guardo dividersi come olio nell'acqua, impotente con le mie due ore per classe a settimana e senza la possibilità di cambiare il percorso formativo che è individualizzato solo sulla carta. 
Ancora una volta la scuola ha fallito. 

La sottile linea scura

Lansdale Joe R. é un autore americano che spazia dal giallo al western, dall'horror al romanzo storico, dalla satira sociale al romanzo di formazione come 'La sottile linea scura'.

Ambientato nel Texas del 1958 è la storia del tredicenne Stanley, che lavora nel drive-in del padre e mette il naso in un segreto che doveva rimanere celato. In quell'estate avviene "la perdita dell'innocenza" di Stanley, il mondo per lui cambierà per sempre.

La 'sottile linea scura', che segna per lui la scoperta del male, del dolore e della morte insieme con l'esplosione del sesso e la consapevolezza del conflitto razziale, diventa il mezzo con cui l'autore ci fa immergere in quegli anni Cinquanta che sembrano così lontani.

Se avete letto con passione 'Il buio oltre la siepe' di Harper Lee questo è un libro che fa per voi.

Autore: Lansdale Joe R.

Editore: Einaudi

Sorella del mio cuore

La vita di due bambine che diventano donne perdendosi e ritrovandosi fra le tradizioni dell'India e le sue contraddizioni. Nate e cresciute insieme si conoscono e si amano profondamente, condividendo gioie, dolori, speranze.

Ma fuori dai muri protettivi della loro famiglia le attendono i segreti del passato e le nebbie del futuro: i fantasmi dei loro padri, i fanatismi dei pregiudizi e dei riti sociali, la fatica quotidiana di una famiglia di sole donne per allevarle e mantenerle, lo spettro del matrimonio combinato e l'incanto del vero amore.

Un romanzo che ci avvicina al mondo affascinante dell'India, che ce ne fa scoprire la magia ma anche le profonde contraddizioni che lo caratterizzano.

La storia ha un seguito, nel libro "Il fiore del desiderio", che si svolge in America dove si perde la magia che caratterizza questo volume, le ragazze crescono e con loro la difficoltà e l'amarezza dei loro destini.

autore: Chitra Banerjee Divakaruni (traduzione Federica Oddera)

editore: Einaudi

Senza Biglietto da visita. Cosa sei disposta a lasciare per essere te stessa?

Veronica Viganò, ex "manager ninja", e ora blogger e consulente di comunicazione è una mia amica. Virtuale finché volete ma mia amica.

Ci siamo conosciute via web 7 anni fa, e credo parlate al telefono solo una volta, quando a Radio24, insieme a Iolanda Restano, ha recensito il mio libro  "Mammina Vecchia fa buon brodo”.  Ho capito che tra noi c’era feeling dal modo in cui ha commentato alcuni capitoli: si avvertiva che avevamo lo stesso sentire, la stessa visione della maternità e del nostro essere donne. Per anni ci siamo incrociate sui social, mettendo “mi piace” ai rispettivi post: soprattutto quando si parlava di “mammitudine” e tematiche relative al lavoro. Così, quando qualche mese fa è uscito il suo libro “Senza biglietto da visita”  l’ho subito ordinato, letto tutto d’un fiato e capito che era giunto il momento di ricambiare il favore.

 

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