Sulle tracce di...


Vite e storie


Il futuro appartiene a coloro che credono alla bellezza dei propri sogni.

Eleanor Roosevelt


Qual è quel bambino che non si è divertito a saltellare sulle orme lasciate dal proprio genitore sulla spiaggia? E qual è quell'adulto che non ama seguire e ripercorrere le tracce dell'autore, musicista, pedagogo, sociologo preferito?

In queste pagine vogliamo offrire un momento di approfondimento, uno sguardo ravvicinato su chi, attraverso le proprie opere, il proprio lavoro, o il solo esempio, ha lasciato un segno nel mondo.

Questa sezione del sito ci invita a soffermarci su alcune figure del passato e del presente che vogliamo ricordare o semplicemente conoscere meglio.

Foto di Bruno Munari

“Pensare confonde le idee”
Bruno Munari


Definito il Leonardo del '900 per la sua incredibile poliedricità ed estro geniale, ma anche come l'uomo che sapeva guardare l'arcobaleno di profilo, Bruno Munari è stato davvero questo e molto altro.

Negli anni più bui del Novecento, in cui la speranza nell'uomo e nel suo futuro era offuscata da un cupo pessimismo, in cui i totalitarismi cercavano di spazzare via il senso di Umanità, c'era chi credeva nella possibilità di migliorare, e che per farlo occorresse partire dall'infanzia, dai bambini.

Una visione straordinaria e innovativa a cui Janusz Korczak, pedagogista, medico, poeta ed educatore dedicò la vita, fino alla fine, quando morì nel campo di sterminio di Treblinka nel 1942. 
Come tanti altri grandi educatori che hanno passato una vita intera a capire e a migliorare la condizione dei bambini sia in famiglia che nella società, anche Korczak abbracciò vari ambiti disciplinari. Il suo stesso nome è uno pseudonimo con cui iniziò a pubblicare drammi e racconti verso la fine del XIX secolo, e riprende il nome di un eroe di un romanzo storico polacco. Il suo nome vero, infatti, è Henryk Goldszmit. Nasce nel 1878 in una famiglia ebrea agiata, liberale, legata alla cultura e alle tradizioni polacche. Studia medicina a Varsavia e diventa medico. Lavora in ospedale, dove si preoccupa dello stato di salute dei più poveri e disagiati, soprattutto di bambini. Nel frattempo scrive, si occupa del sistema scolastico, sogna una scuola al servizio degli scopi di tutta l'umanità e non soltanto agli interessi di una classe. 


Nel 1911 fonda la Casa dell'Orfano, un orfanotrofio modello, conforme ai moderni principi sociali e pedagogici. Korczak, infatti, si interessa sempre più al mondo dell'infanzia, che in quegli anni godeva dell'attenzione di grandi pedagogisti e sperimentatori. 

Dato che una parte considerevole dei suoi scritti e dei suoi pensieri furono persi durante la guerra e la furia Nazista su Varsavia, la conoscenza della sua opera è ancora frammentaria; lo si ricorda in genere per la tragica scelta di seguire i suoi trecento bambini nel campo di sterminio di Treblinka, ed è stato a lungo ignorato nella cultura europea sull'infanzia, pur ritenuto da Bettelheim uno dei più grandi educatori di tutti i tempi, come indica nella prefazione di "Come amare il bambino" :[K] non ci insegna ad amare il bambino – cosa non difficile per quanto ancora troppo rara – ma a rispettarlo e a comprenderlo partendo dai suoi punti di riferimento piuttosto che dai nostri. Perfino a Treblinka, pochi giorni prima della morte, insegnava ai bambini a osservare la natura, a scrivere poesie. 

Korczak diede un'impronta enorme alla cultura dell'infanzia moderna, fornì uno dei più importanti contributi, la visione che un bambino amato e non umiliato diventerà un adulto libero e felice, un uomo migliore. In epoche in cui i bambini non contavano, in cui vigevano visioni repressive e punitive, lui ne vedeva innanzitutto degli individui, delle persone che avevano diritto all'ascolto e al rispetto. Sembra scontato, eppure scriveva cose che ancora oggi risultano straordinarie e innovative: Se non sottovalutassimo il bambino, i suoi sentimenti, le sue aspirazioni, i suoi desideri, quindi anche i suoi giochi capiremmo che ha ragione [...]L'amore privo di comprensione può essere una tortura per il bambino. Stare dalla parte dei bambini, veramente, costa fatica perché occorre innalzarsi fino all'altezza dei loro sentimenti. Tirarsi, allungarsi sulla punta dei piedi. Per non ferirli.
E non sono parole vuote, perché per trent'anni ha vissuto e diretto l'istituto che ha fondato anche nelle piccole beghe quotidiane, nelle gioie, nei giochi e nelle ristrettezze del Ghetto. Si è occupato delle cose pratiche, senza pontificare, semplicemente ascoltando, come descrive nei suoi libri, attualissimi nelle considerazioni e ricchi di spunti anche (e soprattutto) per un genitore di oggi.


Ha minato la pedagogia dalle fondamenta, contestandone perfino la definizione, scienza che studia il bambino piuttosto che l'uomo, proprio per l'importanza che dava al bambino come individuo, come se in lui ci fossero i germogli per un'umanità migliore. Si è occupato insomma dei suoi ragazzi, della loro coscienza, della loro anima, con rispetto, cercando di farne persone libere, seguendoli fin nell'inferno del lager. 

Lui, in fondo, ha messo in pratica il principio che scriveva mirabilmente Vasilij Grossman, in Vita e destino: Solo quando riconosce negli altri ciò che ha colto dentro di sé, l'uomo assapora la gioia della libertà e della bontà.


Bibliografia 
J. Korczak, il diritto del bambino al rispetto, Luni ed. 1994
J. Korckak Come amare il bambino (prefazione di B. Bettelheim) Luni- 2005
J. Korczak Diario del ghetto (prefazione di Elio Toaff) Luni 1997 

Foto di Giovanni Bollea

Giovanni Bollea, fondatore della moderna neuropsichiatria infantile in Italia, viene considerato lo psichiatra che ha salvato dal disagio tanti bambini. A Roma ha fondato e diretto per tanti anni l’Istituto di Neuropsichiatria Infantile in via dei Sabelli, curando la più alta percentuale al mondo di bambini e ragazzi con sindrome di Down e neurolesi, circa 4mila ragazzi da 0 a 18 anni.

Foto di Grace Paley

“I racconti di Grace Paley sono fra i tesori della letteratura americana contemporanea. Nessuno meglio di lei è riuscito a catturare lo spirito e il ritmo della parlata di New York; nessuno è mai riuscito a osservare con più acume e simpatia le piccole cose che costituiscono la vita di tutti i giorni”. Paul Auster

In Argentina, il 24 marzo del 1976 un colpo di stato delle Forze Armate mise fine al governo costituzionale ed impose una politica di terrore, con la sospensione illegittima dei diritti civili, sociali e individuali del popolo argentino. Risultato di anni di quello che è stato definito "terrorismo di stato" fu la scomparsa di migliaia di oppositori politici, cui fu riservato il terribile destino della "desapareccion" o la prigionia senza processo in uno dei 365 campi di detenzione clandestina individuati.

Foto di Danilo Dolci

Difficile inquadrare Danilo Dolci in un solo ambito disciplinare: la sua opera abbraccia diversi campi della conoscenza, tanto che definirlo sociologo, educatore o poeta o scrittore appare comunque riduttivo.
È stato uno dei più importanti attivisti non violenti della seconda metà del XX secolo, benché ora se ne parli poco.

Originario della provincia di Trieste (oggi Slovenia) dove nacque nel 1924, dopo l’esperienza della comunità cristiana d’accoglienza di Nomadelfia in Emilia, arrivò nella Sicilia degli anni '50 per dare una voce a chi una voce non l'aveva. A leggere oggi i suoi Racconti Siciliani pare di ascoltare storie di un altro mondo. Un mondo di estrema povertà e disagio, dove intraprese lotte e iniziative per il riscatto sociale dei disoccupati e dei contadini. Fu definito agitatore sociale e sovversivo quando nel 1956 organizzò a Partinico il famoso "sciopero alla rovescia" nel quale insieme a un migliaio di persone dimostrò che potevano rimettere in sesto una strada abbandonata. Fu processato e difeso da Calamandrei (Processo all'articolo 4, edito da Einaudi). 


Da molti Dolci fu definito "un utopista", ma a chi gli chiedeva se si ritenesse un utopista, Dolci rispondeva: Sono uno che cerca di tradurre l'utopia in progetto. Non mi domando se è facile o difficile, ma se è necessario o no. E quando una cosa è necessaria, magari occorreranno molta fatica e molto tempo, ma sarà realizzata. Così come realizzammo la diga di Jato, per la semplicissima ragione che la gente di qui voleva l'acqua, un’acqua democratica per tutti, strappandola dal monopolio dei mafiosi. Come scrive G. Barone alla base c'era sempre un serio e approfondito lavoro di ricerca per individuare modalità concrete affinché il sogno possa farsi progetto

Quando nei primi anni Settanta Dolci decise di creare un nuovo centro educativo, chiamò a raccolta per prime le mamme a cui chiese come sognassero una scuola per i loro bambini. Con Danilo, come voleva che lo si chiamasse, la parola educazione si libera di ogni accezione di controllo, perché per lui educare è concepire la propria vita come creazione, invenzione. La vera educazione per lui è "autoeducazione", conquista di consapevolezza dell'ingiustizia e della possibilità di emancipazione attraverso il confronto con gli altri; quello che contraddistingue la sua esperienza è il metodo "maieutico", fondato sulla partecipazione attiva del soggetto che deve ritrovare in se stesso la verità e farla emergere.

Negli ultimi anni della sua vita fino alla sua morte, avvenuta il 30 dicembre 1997, si dedicò alla formazione, al confronto con i giovani di tutte le scuole d'Italia e alla promozione di iniziative di educazione alla pace e alla nonviolenza. Ancora oggi i laboratori maieutici di cui promosse la nascita rappresentano una realtà viva che meriterebbe di essere conosciuta meglio.


(foto di Jaydie Putterman per gentile concessione di G. Perlongo)

Ti mangio!

Mentre si avventura in bici per i boschi, insieme alla sorella Sara, il piccolo Leo viene inghiottito all’improvviso da un grande e pelosissimo mostro: il temibile INGHIOTTONE dei BOSCHI!

Sara, senza perdersi d’animo, si lancia all’impazzata sulla sua bicicletta in un’operazione di soccorso ma proprio mentre sta per raggiungerlo, quel tondo mostro vorace viene inghiottito a sua volta da un mostro ancora più grande: un enorme GNAMMETE ALATO! Sara non si dà per vinta, accelera sulla sua bicicletta, ma mentre sta per raggiungere lo Gnammete Alato, un gigante ACCHIAPPONE MARINO balza fuori dal mare e se lo pappa in un sol boccone!

Ma non può immaginare che un mostro ancora più grande, il celebre SLURPANTE SPINATO, abbia già messo gli occhi su quell’enorme e prelibato... ehm... bocconcino marino!

Come farà Sara a tirar fuori Leo da tutte quelle voraci fauci?! E sembra non esserci mai fine, perché ecco balzar fuori perfino un immenso e affamatissimo ZOMPONE DAI DENTI A SCIABOLA!

Ora basta! Bisogna intervenire! E con astuzia e intraprendenza i due fratellini riusciranno a trovare una soluzione davvero geniale! I mostri, anche quelli più grandi, sono avvisati: mai sottovalutare l’intelligenza, la fantasia e la furbizia dei bambini!

Il libro, TI MANGIO! di John Fardell, edito in Italia dal Castoro, ha vinto come Miglior libro nella sezione “Crescere con i libri” nell’ambito della 4^edizione del premio Nazionale Nati per Leggere (Miglior libro per bambini tra i 3 e i 6 anni, relativo al tema "Il coraggio"), con la seguente motivazione:

Per la scintillante inventiva che dimostra come chi ha coraggio sa tenere gli occhi ben aperti sulla realtà senza chiudere quelli della fantasia.

 

autore: John Fardell

editore: Il Castoro

Arcobaleno fa la pace

Il pesciolino Arcobaleno e i suoi amici vivono spensierati in fondo all'oceano. Poco lontano, una bella balena blu si lascia cullare dalle onde osservandoli placidamente.

"Perché ci guarda in quel modo?" si chiedono un giorno, insospettiti, i pesciolini.

"Grande e grossa com'è, chissà quanto mangia. E se divorasse tutto quello che c'è in giro?".

Sentendoli parlare così, la balena, che in realtà stava solo ammirando le loro belle scaglie brillanti, s'indispettisce e la sua rabbia non resterà senza conseguenze...

"Dobbiamo fare la pace" decide allora Arcobaleno "perché quando si litiga si finisce per stare male tutti".

Sì, ma in che modo?

Sembrava complicato, ma quanto è semplice fare la pace! Balena e Arcobaleno parlano a lungo. La balena spiega ad Arcobaleno perché si è arrabbiata... i due ridono insieme e trovano un accordo e ben presto nessuno riesce a spiegarsi più perché quel bisticcio sia mai avvenuto.

Le illustrazioni sono ulteriormente abbellite dalle lamine rifrangenti che fanno luccicare le scaglie dei pesciolini.

Per bambini in età prescolare.

Della stessa serie
"Arcobaleno, il pesciolino più bello di tutti i mari" che insegna la felicità nel donare 
"Arcobaleno, non lasciarmi solo!", che insegna a non creare gruppi esclusivi e ad accettare anche coloro che sono diversi da noi.

autore: Isabella Bossi Fedrigotti, Marcus Pfister

editore: Nord-Sud

Asino chi legge

Se scrivo, soffro, dice Irene, 16 anni. Mi piace, è rilassante ma se insisto soffro. Perché scavo e scavo. Alessandra, invece, fa il liceo "Psicopedagogico", e si indigna perché tutte le compagne votano come rappresentanti di scuola i pochi maschi, dell'unica classe dello Scientifico. Sara legge Bakunin e sa di essere diversa. Mosche bianche, perle rare che si annidano tra le pareti cadenti, tra i brutti casermoni di cemento della scuola italiana.

Si stringe il cuore a leggere Antonella Cilento, che racconta con passione l'esperienza dei suoi laboratori di scrittura creativa tenuti come Esperto Esterno nelle scuole pubbliche italiane. Nell'insegnare scrittura "mostro tecniche che la scuola non insegna, risolvo problemi di relazione, riporto i ragazzi alla lettura, suggerisco letture a insegnanti che non leggono o non sanno bene come orizzontarsi tra i libri, a volte riporto anche ragazzi che hanno abbandonato l'obbligo a scuola", scrive. Il quadro che ne emerge non è molto diverso se a seguire i laboratori sono i ragazzi di una media della periferia di Napoli o del liceo bene della città o di una bella scuola di Bolzano: si, diverso l'ambiente, ma ovunque si nota la stessa povertà culturale di fondo, l'incapacità di concentrarsi per più di 5 minuti fosse anche guardare un film di Hitchocock (che per altro non conoscono) gli stessi "sogni diventati sintetici o semplicemente estinti". Ma la lettura, la passione, per fortuna, si trasmettono e quasi sempre ne emerge profonda soddisfazione per un lavoro così impegnativo, e poco gratificante in termini economici e di riconoscimenti. Abbiamo allora un problema, almeno in Italia. Lo sapevamo già, d'altronde, però non è irrisolvibile se poi emerge della vera poesia in qualche incipit di ragazzine che sanno raccontare uno stato d'animo in maniera struggente, o un idraulico descrive in maniera suggestiva gli attrezzi blu del suo lavoro. Ma viva i ragazzi, scrive Cilento, perché non è certo colpa loro. Troppo spesso inascoltati, sia che abbiano in tasca troppi soldi, sia che vivano nell'indigenza dei quartieri più malfamati e abbandonati.

Questi ragazzi crescono con l'idea che sia facile ottenere ciò che si vuole, che conta l'apparire, dove tutto si può improvvisare: mentalità che hanno appreso dagli adulti, anche dagli stessi insegnanti che improvvisano laboratori, teatri come se la tecnica, la professionalità non contassero. E naturalmente colpa è anche dei genitori, sempre di fretta, che fanno al posto dei figli, piuttosto che aspettare che facciano e magari sbaglino, che li proteggono dalle frustrazioni, dalla disciplina e rigore, dove disciplina non è intesa con ordine precisione obbedienza, fare i compiti, ma applicazione, imparare con passione, impegno e metodicità.

Allora, in un'Italia che non legge se non il best seller del momento o il giallo dove c'è una rivelazione in ogni riga altrimenti ci si annoia, queste persone riscoprono il "piacere degli asinI" quello della lettura, perché come si fa a scrivere senza leggere? La letteratura, i racconti, le storie, sono come internet, scrive Cilento, è avere relazioni, scoprire che prima di te tanti altri hanno sofferto, pianto, amato. E dopo aver scoperto il piacere di leggere ci si accorge che scrivere "è una disciplina , è accorgesi del tempo, lasciarlo andare, ritmare il lavoro.
È un balsamo per l'anima. Abbiamo bisogno di tutto questo, ne abbiamo bisogno noi per poter aiutare i nostri ragazzi, ne abbiamo bisogno per indignarci, per non accettare le apparenze e andare oltre.

Paola Crisafulli per Officina Genitori